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lunedì 21 novembre 2011

Sansonna racconta Zeman, il "sacerdote afono che esalta le folle"

Giuseppe Sansonna Giuseppe Sansonna 

Sansonna racconta Zeman, il "sacerdote afono che esalta le folle"

di Andrea Curreli
A Pescara sembra essere rinata "Zemanlandia". Ma mentre gli abruzzesi sognano il ritorno in Serie A e i soliti addetti ai lavori ipotizzano malignamente il futuro crollo della squadra del boemo, Giuseppe Sansonna fa un salto nella storia di Foggia e dell’omonima squadra di calcio. Perché è qui, in un lontano 1988, che tutto cominciò. Un cerchio magico calcistico iniziato allora e poi terminato nel 2011 sempre a Foggia in una malinconica stagione di serie C o, come viene chiamata da qualche anno, “Lega Pro”. I protagonisti di questa storia sono un giovane autore di cortometraggi e firma de Il Manifesto, al secolo Giuseppe Sansonna, e l’allenatore boemo che parla poco e fuma molto alias Zdenek Zeman. Dal loro rapporto vissuto in una specie di reality fatto di inchiostro e carta trae origine il progetto Il ritorno di Zeman (Minimum Fax editore, 2011) che racchiude un libro e un omonimo documentario Due o tre cose che so di lui e un altro docufilm intitolato Zemanlandia.
Sansonna, quali sono queste "due o tre cose" che sa di Zeman?
"Tutto parte dalla mia adolescenza quando partivo da Bari per andare fino a Foggia e vedere le partite della squadra di questo sacerdote afono che esaltava le folle nello stadio Zaccheria. Zeman ha questo volto da Clint Eastwood e mi ha sempre dato l’idea di uno che se gli crolla addosso un palazzo si sbuffa la polvere dal cappotto, si accende una sigaretta con calma e prosegue come se nulla fosse accaduto. E poi so che Zeman è un uomo che ha mandato in cortocircuito molte delle contraddizioni del mondo del calcio italiano. E’ una persona che ha una filosofia calcistica e di vita molto concreta che consiste nel dare spettacolo, educare i ragazzi, non fregare gli altri e non far spendere molti soldi alle società che allena. Uno dei suoi vanti è proprio quello di non aver mai fatto fallire una società di calcio o ricattato qualche presidente per avere un calciatore strapagato. Una vera a propria anomalia nel calcio delle spese folli che abbiamo imparato a conoscere in questi anni".
Il suo approccio cinematografico emerge chiaramente quando descrive il rapporto tra il taciturno Zeman e il vulcanico presidente Pasquale Casillo.
"Zeman e Casillo non si vedevano dai tempi di Avellino (campionato di serie B 2003-04) ho innescato questo ritorno e l’ho filmato. E’ un ‘intuizione che mi è venuta ripensando ai tempi in cui vedevo il Tg regionale pugliese quando i due apparivano annunciati dal riporto a lunga gittata di Stripoli, che ispirò il Frengo di Albanese, arrivavano queste due figure che non c’entravano nulla. La sola idea che coesistessero era già cinema e mi portava a fantasticare e mi domandavo come potessero lavorare insieme due persone così diverse. Zeman era una persona asciutta e concreta, mentre Casillo sembrava un Goodfellas scorsesiano che però andava oltre il Joe Pesci del film. Pasquale Casillo è una figura da film di Abel Ferrara o Martin Scorsese per quella sua iperteatralità e per ossessione per il denaro che emerge di fronte al disinteresse e l’asciuttezza di Zeman. E’ esilarante. Sono una coppia comica perché sono due alterità inconciliabili che sono misteriosamente attratte. A me interessa raccontare storie di uomini, il calcio è un pretesto per entrare in tessuti antropologici e sviscerarli".
C’è un aneddoto legato a Zeman che vuole ricordare?
"Premetto che mi piace molto la sua antiretorica. L’episodio che voglio citare è legato alla presentazione di Zemanlandia (nel 2009 ndr). Zeman era stato invitato a visitare un carcere di Foggia in un evento organizzato dalla Provincia. Era una di quelle situazioni di umanitarismo estemporaneo, con taglio di nastri e visita del personaggio famoso, che piacciono tanto agli italiani. Una pura retorica della manifestazione. Zeman si sentiva a disagio, dopo aver varcato le porte del carcere si era intristito perché l’idea di essere in questo luogo di costrizione lo inquietava . Non dimentichiamo che il suo libro preferito è Il gabbiano Jonathan Livingston e mentre il suo personaggio cinematografico è Grande Capo Bromden di Qualcuno volò sul nido del cuculo del suo connazionale Milos Forman. L’assessore provinciale uscì con una frase infelice: ‘Ragazzi godetevi quest’ora di evasione’, poi un detenuto prese la parola e rivolgendosi a Zeman disse: ‘Mister quando avremo l’onore del suo ritorno a Foggia?’. Zeman ha fatto una pausa di 45 minuti (ride ndr) e poi ha risposto: ‘Non lo so, però quando tornerò sarò contento di vedervi tutti sugli spalti’".
Sembrerebbe la classica frase di circostanza.
"Non c’era retorica e tutti l’hanno capito. Lui dice sempre delle frasi molto semplici, ma non è Pierpaolo Pasolini o Giordano Bruno. E’ la spaventosa, ipocrita e vacuità retorica barocca che regna nel mondo calcistico in generale che fa risaltare un uomo concreto e autentico come lui. Prima l’hanno descritto come il nuovo profeta assoluto del calcio, poi come il Savonarola e castigamatti, poi come un elemento su cui commuoversi e versare calde lacrime in pubblico salvo poi non farlo lavorare. Una classica cosa all’italiana. E’ il nostro concetto di mito che va esaltato acriticamente e tenuto in alto come un’icona bizantina ma non lo usi e non lo fai entrare nella tua quotidianità".
E’ vero non l’hanno fatto lavorare per anni. Lei si aspettava il suo rientro nel calcio professionistico?
"Era assurdo che non tornasse perché lo considero un patrimonio del calcio. La sua assenza era un’aberrazione e il suo ritorno poteva avvenire direttamente in serie A anche in una squadra di seconda fascia. Era un posto che gli spettava di diritto. Il fatto che ci siano stati degli smottamenti nei poteri del calcio questo ha favorito che ci fosse un’attenuarsi del timore generico su di lui. Questo gli ha permesso di tornare a Foggia con il nume tutelare Casillo. L’imprenditore ha cercato di rilanciare se stesso attraverso il suo vecchio clan vent’anni dopo. Una rimpatriata".
I vecchi amici che si ritrovano per una nuova grande avventura. Anche in questo caso una storia da copione da film.
"Non c’entra molto ma mi viene in mente un’analogia cinematografica. Sempre Joe Pesci in Casinò dice: ‘Era l’ultima volta che dei ragazzi di strada come noi facevano qualcosa di grande’. Battute da film a parte, era vero che a Foggia si ritrovarono Casillo, Zeman e Pavone. Un gruppo di amici che aveva creato una squadra che aveva sfiorato la zona Uefa e aveva battuto la Juventus miliardaria di Trapattoni divenendo un mito nell’immaginario collettivo dei calciofili italiani".

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