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domenica 13 novembre 2011

Foa, è l’automobile che ha liberato gli operai

La Stampa
Cultura
13/11/2011 -

Foa, è l’automobile
che ha liberato gli operai

Foa è stato partigiano azionista, deputato della Costituente, dirigente della Cgil e segretario nazionale della Fiom, dirigente dello Psiup, quindi del Pdup e di Dp, membro della direzione del Manifesto, senatore nelle liste del Pci. Viene ricordato nelle pagine del nuovo libro di Gianni Riotta «Le cose che ho imparato»

Dal nuovo libro di Riotta, una lezione del vecchio partigiano, coscienza critica della sinistra, tornato dopo 70 anni tra i ragazzi del suo liceo a Torino

GIANNI RIOTTA
Lavorando al quotidiano La Stampa , a Torino, nel dicembre 1998, incontrai il preside del liceo Massimo d’Azeglio, sui cui banchi hanno insegnato o studiato Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, politici come il leader comunista Pajetta, volti tv come Piero Angela e il Nobel per la medicina Salvador Luria, la traduttrice della beat generation Fernanda Pivano (rimandata a settembre in italiano con il suo compagno di banco, il futuro autore di Se questo è un uomo , Primo Levi) e il beato della Chiesa cattolica Frassati. Anche l’avvocato Gianni Agnelli e suo fratello, il senatore Umberto, avevano studiato al D’Azeglio, e furono gli studenti del terzo e quarto ginnasio a fondare, nel 1897, una squadra di calcio chiamata Juventus. Con il preside nacque l’idea di far tornare Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica italiana, per la prima volta dagli anni Venti nelle vecchie aule, a incontrare gli studenti del XXI secolo. Foa era stato compagno di banco di Giancarlo Pajetta, il leader del Pci, del cui fratello Gaspare, medaglia d’argento al valor militare per la Resistenza, Pavese era stato mentore. Espulso Pajetta per antifascismo, Foa, amareggiato, decise di presentarsi da privato alla maturità e saltare così la terza liceo. Una scuola storica della Repubblica, e i ragazzi si presentarono a frotte, con domande intelligenti. [...]

Fu un incontro allegro, intenso, con Foa pronto a narrare e ascoltare. Finché un ragazzo, dagli ultimi banchi, testa riccia, camicia bianca, occhi emozionati, non chiese: «Onorevole, quale considera il suo più grande errore? Che cosa non ha visto, quale cambiamento decisivo non ha saputo riconoscere nella sua lunga vita politica?».

Il preside, io, Sesa [la compagna di Foa, ndr], ci girammo verso Foa, non ancora cieco come negli ultimi giorni ma già costretto a intuire solo luci e ombre. Seguendo il suono della voce, alzò la testa senza incertezze verso lo studente, si fece schermo della mano larga, e disse: «L’automobile».

Nell’aula del D’Azeglio cadde il silenzio. Eravamo a Torino, la capitale dell’automobile italiana, la nostra Detroit. Qui il senatore Agnelli, nonno dell’avvocato Gianni, aveva importato dalla Ford americana i modelli di organizzazione del lavoro, «fordismo e taylorismo», studiati nei Quaderni dal carcere eSotto la Mole da Gramsci; qui i contadini erano diventati operai dopo l’esodo dal Sud, costruendo alla catena di montaggio auto in serie; qui i radicali di Quaderni rossi con Raniero Panzieri avevano criticato «il modello di sviluppo neocapitalistico» legato alla Cinquecento, la geniale vetturetta disegnata nel 1957 da Dante Giacosa, il cui prototipo di legno lucido ha la bellezza di una compatta scultura di Eliseo Mattiacci. Qui il regista Scola aveva girato nel 1973 il film dal titolo fosco Trevico-Torino… Viaggio nel Fiat-Nam mentre, sempre in astio all’automobile, Federico Fellini aveva realizzato nel 1972, sul raccordo anulare della capitale, la scena magistrale di , con la troupe prigioniera del traffico, tra ultras, prostitute, sirene spiegate, lamiere contorte e un cavallo bianco solitario in fuga, simbolo di libertà naturale, perduta dall’automobile. Romanzi, quadri, opere teatrali avevano denunciato l’«alienazione» dell’ingorgo sulle strade e, proprio a Torino, da Einaudi, erano state tradotte le rampogne della Scuola di Francoforte contro l’«uomo a una dimensione», casa-lavoro-vuoto interiore. Ora Foa, antifascista, partigiano, padre costituente, capo operaio, profeta della nuova sinistra, proclamava che la Cinquecento era stata una rivoluzione e lui non l’aveva vista!

Vittorio fece appena una pausa, da oratore nato prima della tv, quando la piazza si accendeva ragionando e recitando: «Vedete», e illustrava il punto con gesti delle mani alla platea per lui invisibile, «dalla notte dei tempi agli anni Sessanta il lavoratore, contadino, schiavo, bracciante, artigiano o operaio che fosse era incatenato al luogo della fatica. Il servo della gleba nasceva e moriva nello stesso villaggio, dove zappava la stessa zolla per tutta la vita. Quando il feudalesimo si chiuse, e i lavoratori furono affrancati sulla carta, i principi, i borghesi, gli intellettuali potevano viaggiare, Goethe va fino in Sicilia, Lord Byron nuota da piazza San Marco fino al Lido di Venezia. I contadini, gli artigiani, gli operai no. Emigravano, ma poi la catena del lavoro li riacchiappava. È l’automobile a liberarli. In agosto, alla chiusura di Mirafiori, stipano in macchina famiglia, fagotti e valigie, si mettono in coda lungo l’Autostrada del Sole e vanno al mare. Noi, sinistra, sindacato, intellettuali, vediamo l’ingorgo come l’inferno. Gli operai vedono il mare. Per la prima volta nella storia non sono più schiavi del territorio, costretti al riposo dove lavorano. Una straordinaria liberazione, e così loro la vissero, ignorando il traffico e contando le ore verso la libertà, la casa familiare, un diverso panorama che per la prima volta nell’umanità si schiude loro».

Lo studente annuì incantato. Foa capovolgeva la teoria elitaria, semplicemente guardando alla realtà non con gli occhi snob di chi si cruccia del turismo di massa, ma riconoscendo il «valore d’uso» che l’utilitaria, la Cinquecento, la Seicento avevano avuto nella vita concreta di tante persone, famiglie, bambini che per la prima volta avevano costruito un castello di sabbia sulla spiaggia, guardati da una papà metalmeccanico, in canottiera bianca, bracciante-operaio che diffidava delle onde, non sapeva magari nuotare, ma aveva conquistato una, sia pur piccola, libertà di spazio fino ad allora regno di imperatori, principi, magnati. [...]

L’assemblea con Foa al D’Azeglio avvenne a pochi mesi dalla fine del Novecento, degno epitaffio al secolo. L’ottimismo di Vittorio si fissava già nel modo corretto al terzo millennio, scommettere sul bene che può venire dalla tecnologia, dai liberi commerci e dalle nuove democrazie, dal mutamento e dalle migrazioni, senza barricarsi nella paura. Nel santino che tanti uomini e donne, ovunque sul pianeta, conservano del possente papato di Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, un messaggio resiste tra i viaggi, le encicliche, i libri, le battaglie morali contro il nazismo, il comunismo, il materialismo: il «Non abbiate paura» della prima messa da pontefice, il 22 ottobre 1978.

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