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giovedì 17 novembre 2011

"Colpo al cuore", il waterboarding di De Tormentis e gli ultimi 500 giorni delle Brigate rosse

Nicola Rao e la copertina del suo libro Nicola Rao e la copertina del suo libro 

"Colpo al cuore", il waterboarding di De Tormentis e gli ultimi 500 giorni delle Brigate rosse

di Andrea Curreli
Nel 1981 in Italia si combatte ancora una guerra durissima tra Stato e terroristi. Le Brigate rosse hanno subito duri colpi con gli arresti dei leader storici, ma sembrano sempre più forti e soprattutto in grado di colpire mortalmente le istituzioni proseguendo l’azione di "attacco al cuore dello Stato" iniziata negli anni Settanta. Rapimenti e omicidi si moltiplicano e lo Stato sembra incapace di ribattere colpo su colpo. Il crescendo continuo delle azioni terroristiche raggiunge l’apice a Verona in Veneto con la decisione e la realizzazione del rapimento del generale statunitense Dozier da parte del gruppo guidato dal brigatista Antonio Savasta. Il 17 dicembre 1981, data del rapimento del militare Usa, inizia la fine delle Brigate rosse. Il ministero dell’Interno manda in campo una squadra speciale interna all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della Polizia di Stato) guidata da un poliziotto con un nome in codice che mette i brividi, "professor De Tormentis", e con metodi decisamente poco ortodossi come ad esempio "l’algerina" una pratica molto simile al waterboarding. A fare luce sugli ultimi cinquecento giorni delle Brigate Rosse arriva Colpo al cuore (Sperling & Kupfer, 2011) il libro di Nicola Rao, attualmente responsabile del Tgr del Lazio e già autore di una precisa ricostruzione in tre volumi della destra estrema in Italia nota come la "Trilogia della Celtica". Il giornalista racconta gli ultimi episodi della guerra al terrorismo dando voce ai principali protagonisti di entrambi gli schieramenti. Per la prima volta riesce a intervistare il brigatista rosso Antonio Savasta e poi incalza il "professor De Tormentis" sul suo "trattamento".
Rao, gli ultimi 500 giorni delle Br coincidono con le pratiche poco ortodosse della squadra di "De Tormentis".
"Non è una novità il fatto che le forze dell’ordine utilizzassero metodi speciali o trattamenti particolari in qualche occasione durante la guerra dello Stato al terrorismo. Succede, è successo e succederà sempre in situazioni simili in qualunque latitudine del pianeta. La novità vera consiste nella metodicità e scientificità dell’utilizzo di questi metodi. Per la prima volta esce la notizia che c’era una squadra, dedicata a questo tipo di trattamento e costituita dal ministero dell’Interno, che scese in campo in maniera continuativa e scientifica dopo il rapimento Dozier (avvenuto a Verona il 17 dicembre 1981 ndr), quando cioè l’attacco allo Stato da parte delle Brigate rosse si fece più alto e acuto".
L’azione clamorosa delle Brigate rosse costrinse lo Stato a cambiare strategia.
"Non era mai successo nella storia europea che un gruppo terroristico rapisse un generale statunitense. Nel momento in cui le Br attaccano il potere Usa e la notizia del rapimento fa il giro del mondo con un notevole danno d’immagine per l’Italia, a quel punto lo Stato capisce che non può più combattere questo nemico con le armi convenzionali come ha fatto sino a quel momento e senza grandi risultati. C’è una specie di upgrade e si decide di passare a un livello successivo per distruggere definitivamente il terrorismo. In questo momento entra in campo questa squadra guidata da un funzionario esperto con un passato remoto da funzionario antimafia a Corleone e con un passato prossimo di capo della Mobile a Napoli. Un uomo quindi con un passato pesante vissuto in prima linea e un presente da funzionario da antiterrorismo".
A fianco di "De Tormentis" emerge la figura di Rino Genova un poliziotto che conduce la sua battaglia alle Br con i metodi tradizionali.
"E’ troppo banale utilizzare lo schema del poliziotto buono e di quello cattivo. In quei frangenti c’erano dei poliziotti che combattevano il terrorismo senza potersi, doversi e forse volersi sporcare le mani e altri che invece furono costretti o scelsero di farlo in quella che io ho definito una sporca guerra. Come tutte le guerre anche quella fu sporca e tutti finirono per sporcarsi. Non esistono buono e cattivi in assoluto perché non esistono guerre in cui c’è chi gioca di fioretto e chi gioca pesante. Purtroppo e inevitabilmente nelle guerre ci sono violenza e mancato rispetto dei diritti civili e umani".
Dal suo libro emerge chiaramente che quando lo Stato aumentò la pressione contro le Br, i terroristi erano già in stato confusionale con tante scissioni e altrettante azioni violente insensate.
"Cerco di raccontare la storia sia dal punto di vista interno, ovvero quello dei brigatisti, sia da quello esterno, quello dei funzionari dell’anti-terrorismo che poi è anche quello del Paese. Quello che accadde tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982 all’esterno sembrò un rafforzamento dell’immagine e della sostanza delle Br. Allora si pensava che il gruppo fosse sempre più numeroso e sempre meglio organizzato, ma in realtà tutte le azioni fatte dai vari gruppi che si erano formati all’interno delle Br rappresentavano esattamente il contrario. Si stava creando una divisione sempre maggiore all’interno dell’organizzazione che stava portando alla frantumazione e alla sua parcellizzazione. Ogni gruppo faceva delle azioni per dimostrare agli altri che esisteva ed era in grado di portare avanti la lotta allo Stato. A livello di immagine si pensava che le Br stessero esprimendo il loro massimo potenziale, invece si trovavano nel momento di maggiore debolezza".
Per ironia della sorte chi subì il "trattamento" della squadra antiterrorismo finì per essere accusato dai suoi compagni di tradimento ed essere giustiziato senza pietà.
"La definisco una doppia tragedia. Ennio Di Rocco venne arrestato e 'trattato' dalla squadra di De Tormentis a gennaio del 1982 a Roma. Dopo il trattamento indicò i covi dove si trovavano Giovanni Senzani e il suo gruppo consentendo in tal modo una serie di arresti, alcuni mesi dopo fu strangolato e brutalmente ucciso da brigatisti irriducibili nel supercarcere di Trani con l’accusa di essere un infame. La stessa cosa però è capitata anche a destra. Il neofascista Carmine Palladino, appartenente ad Avanguardia nazionale, viene arrestato nell’aprile del 1982 perché il suo nome compare nell’inchiesta sulla strage di Bologna, subisce probabilmente il trattamento. Non sapendo nulla sulla strage, offre alla squadra l’unica informazione che ha ovvero il luogo in cui si trova Giorgio Vale, uno dei terroristi dei Nar. Vale era nascosto in casa di uno della rete di An. Anche lui, alcuni mesi dopo, viene ucciso in carcere a Novara da Pierluigi Concutelli".

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