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lunedì 28 novembre 2011

La giovane scrittrice palermitana presenta a Torino il suo libro “Libero. L’imprenditore che non si piegò al pizzo”

La Stampa - Cultura
22/11/2011 - INTERVISTA

Chiara Caprì: "Racconto
la mafia ai ragazzi come me"


La scrittrice palermitana Chiara Caprì

La giovane scrittrice palermitana presenta a Torino il suo libro
“Libero. L’imprenditore
che non si piegò al pizzo”

FRANCESCO RIGATELLI
Ci sono certe storie che sembrano già sentite mille volte ma solo perché non le si conosce davvero. Altrimenti si rispetterebbero di più, perché dentro c’è la vita profonda e pure quell’insegnamento che serve, poi, “quando si arriverà a un bivio e si dovrà scegliere da che parte stare”. Si sentirà allora quel coraggio che dà serenità, come dice la frase dell’aviatrice Amelia Earhart all’inizio del libro “Libero. L’imprenditore che non si piegò al pizzo” (Castelvecchi). L’autrice è una studentessa palermitana di Medicina al suo secondo libro (il primo era un saggio sulla mafia italiana e cinese), ha 25 anni, si chiama Chiara Caprì ed è una di quelle persone che spinge tutti a sostenerla spontaneamente. Giovane, brava, solare. E’ la Sicilia come potrebbe essere. Forse per questo tutti la incoraggiano, perché vorrebbero che come lei ce ne fossero tante. Così noi ne scriviamo perché di lei si parla e si parlerà sempre più. Qualche settimana fa la presentazione del libro con Pina Maisano Grassi, vedova di Libero ed ex senatrice eletta a Mirafiori, in occasione del ventennale dell’omicidio del marito, ha contato cinquecento presenze a Palermo, suscitando l’entusiasmo di molti giovani.

Così mentre Caprì, dopo averlo presentato perfino allo University College di Londra, arriva a Torino, le domandiamo: perché proprio questa storia?
“Pina, Alice e Davide Grassi li conosco da quando sono piccola. Nel 1992, l’anno dell’omicidio di Libero, avevo 4 anni. Tempo dopo con altri ragazzi ho fondato l’associazione Addio pizzo, che mi ha portato ad approfondire la loro storia. Quando nel 2004 vidi appiccicati per le strade di Palermo i primi adesivi anonimi antiracket mi incuriosii e decisi di cercarne i responsabili. Nel frattempo Pina rispose a una giornalista che la interrogava che se gli autori di quell’iniziativa fossero stati dei ragazzi li avrebbe adottati come nipoti suoi e di Libero. Il pomeriggio stesso io e i miei nuovi compagni le andammo a suonare a casa”.

Poi è uscita da Addio pizzo.
“Sì penso sia giusto lasciar spazio ad altri e poi tra lo studio e la scrittura e le presentazioni dei libri non mi è rimasto tanto tempo. Però con Pina siamo molto amiche, è come una nonna. Anzi le faccio gli auguri perché ha appena compiuto 85 anni! Grazie a lei ho potuto conoscere l’umanità del personaggio Libero Grassi e della sua famiglia. Ciò che ho cercato di rendere nel libro. Anche per avvicinarlo ai giovani, che se no magari lo considerano un monumento e trovano la strada della legalità impraticabile”.

Ma lei vuole sempre fare il medico?
“Sono al sesto anno di Medicina. Vorrei fare la psichiatra. Mi interessa l’uomo. Il mio approccio è quasi l’anamnesi clinica. E leggo parecchio. Anzi, mi prendono in giro perché divoro i libri”.

Come vede i giovani siciliani?
“A Palermo c’è fermento giovanile. Anche ragazzi più piccoli di me s’informano sulla mafia e sull’Italia in generale. Certo l’università ed il sistema d’istruzione non aiuta a sviluppare le capacità di analisi e di critica. Sono appena stata a Londra dove ci sono più spazi per il confronto. Devo anche dire che c’è una parte dei miei coetanei, magari appartenente a ceti sociali più bassi, che vede la mafia come la persona che ti dà lavoro”.

E’ una questione di classe?
“No il muro di gomma è largo. I disinteressati sono di tanti tipi. C’è il rincoglionimento dato dalla tv, l’abbassamento del livello culturale, il fattore di provenienza. Chi abita in quartieri popolari come Brancaccio insomma è più esposto. Però poi ci sono i figli dei famosi colletti bianchi che magari non parlano della mafia perché non se ne sentono toccati”.

Si sente sola nell’affrontare questi temi?
“No anzi rispetto a qualche anno trovo più appoggio. Alla presentazione sono venute tante persone, soprattutto giovani. Vado spesso nelle scuole e c’è attenzione. E anche quando giro per il nord Italia incontro molta solidarietà e pure, purtroppo, una società giovanile più vigile forse di quella siciliana”.

Lei hai dato speranza ai suoi concittadini?
“Spero di sì”.

Tutti la incoraggiano. Pina Maisano le ha aperto i suoi ricordi. L’editore ha pubblicato subito il libro. Marco Travaglio ha scritto la prefazione. Qual è il suo segreto?
“Forse l’ho ereditato da mia nonna materna. Dai ricordi di mia madre traspare questa fiducia che ispirava. Per cui le persone non le dicevano mai di no. Forse sono affidabile. La serietà in questo periodo in cui le donne sono viste molto come oggetti sessuali fa la differenza”.

Nel suo libro precedente, Lanterna nostra (Navarra), ha approfondito i collegamenti tra mafia siciliana e cinese.
“Mi sono domandata il perché di tanti negozi cinesi in Sicilia. Ma alla mafia non danno fastidio? Così ho collaborato con Maurizio de Lucia della Direzione nazionale antimafia affrontando il tema. Da alcune intercettazioni è emersa la richiesta del pizzo pure per i cinesi ma con in più una tassa per gli sbarchi di merce dal porto di Napoli e Gioia Tauro per Palermo. In più ci sono alleanze per il traffico di droga da sud a nord. Scambi di favori soprattutto. Infine, più negozianti mi hanno confermato che i cinesi comprano i negozi in contanti. Che provenienza hanno quei soldi? In Sicilia ci sono grandi investimenti orientali molto strani. E a Palermo la zona della stazione centrale è ormai una Chinatown”.

Il coraggio le dà la serenità?
“Sì. Sapere che ogni giorno continui la tua dignità rende più forti e sereni”.

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