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martedì 15 novembre 2011

“Il suicidio” politico di Berlusconi, autore Edmondo Rho, di Panorama

“Il suicidio” politico di Berlusconi, autore Edmondo Rho, di Panorama

nicotri-opinioni
di Pino Nicotri



È un libro, ma, caso più unico che raro, s’è rivelato una profezia avveratasi in tempo reale. Arrivato in libreria a fine ottobre, il suo straordinario tempismo lo fa somigliare di fatto a un mattone tirato in testa al protagonista. Si intitola infatti “Il suicidio”, inteso come suicidio politico di Silvio Berlusconi, e ha un sottotitolo decisamente esplicito: “Il declino del berlusconismo. Cronache e retroscena”.
Per giunta, è scritto da un giornalista, Edmondo Rho, del settimanale Panorama, una gemma tra i massmedia cartacei di casa Berlusconi. Sberla supplementare, ha una prefazione del nuovo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il candidato sorpresa che ha sfrattato da palazzo Marino la signora Letizia Moratti, dando così inizio all’ultimo atto del “suicidio”.
Pubblicato dalla casa editrice Melampo, ha il pregio di narrare le tappe del crollo del Cavaliere come fossero capitoli di un’antologia tragicomica. Più Tafazz che Cavaliere spavaldo come sempre. “Il suicidio” è una profezia realizzatasi quasi in tempo reale. E colpisce in faccia Berlusconi ben più della famosa statuetta del Duomo lanciatagli dallo squilibrato Massimo Tartaglia nel dicembre 2009.
- Per uno che lavora a Panorama, settimanale che fa capo all’impero editoriale ed economico di Silvio Berlusconi, non è strano l’avere scritto un libro sul tramonto proprio del berlusconismo?
“Il mio libro non parla della Mondadori, né dell’omonimo ‘lodo’. La casa editrice di Segrate è quella dove sono stato assunto nel 1995: e sui rapporti tra i giornalisti e gli editori la penso come il compianto Marco Borsa. “Vale in editoria un’antica regola, purtroppo sempre meno osservata: del proprio editore è bene non parlare, né bene, né male”, scriveva Borsa nell’introduzione del suo libro “Capitani di sventura” del 1992 per spiegare perché non analizzava Silvio Berlusconi, all’epoca editore della Mondadori. Poi, a partire dal 1994, dopo la sua ‘discesa in campo’ Silvio Berlusconi non ha più avuto formalmente il ruolo di editore, e per me non lo è mai stato sostanzialmente. È un leader politico che ho cercato di analizzare nell’ora della sua crisi, attingendo anche in maniera bipartisan a varie fonti d’informazione: compreso Panorama, il settimanale dove lavoro e che ho considerato alla pari di numerosi altri periodici, quotidiani, siti internet, trasmissioni televisive e radiofoniche”.
- Cosa intende per berlusconismo, il sistema di potere di Silvio Berlusconi o la cultura di massa, che alcuni chiamano subcultura di massa, che i suoi mass media sono riusciti a far passare o entrambe le cose?
“Entrambe le cose. Il berlusconismo ha avuto due fasi: quella dell’imprenditore che riusciva ‘magicamente’ ad ottenere il successo in tutte le sue attività, dall’edilizia alle televisioni, dall’editoria al Milan. E poi la fase del politico ‘atipico’ che convince gli italiani a credere nel suo sogno: l’operaio che dice a Massimo Gramellini: ‘Dottò, Berlusconi grazie alle tv è ricco e non deve rubare, se vende le sue tv diventa un politico come tutti gli altri e io non lo voto più’ incarna alla perfezione quella larga parte della popolazione che per 17 anni ha voluto continuare a sognare nel berlusconismo”.
- Quali i momenti clou del berlusconismo? Qual è il suo punto più alto e quale l’inizio del declino?
“La vittoria nella campagna elettorale del 1994, con il doppio accordo con Bossi al Nord e con Fini nel resto d’Italia, è sicuramente il suo primo momento clou a livello politico: dopo di che, Berlusconi raggiunge il punto più alto nel 2001 quando ri-vince le elezioni, proponendo il ‘contratto con gli italiani’, che non rispetterà. Il declino inizia dalla rottura con Fini nel 2010, che precede quella con Tremonti: ma soprattutto, al di là dei processi e degli scandali sessuali, come i vari casi Ruby o Tarantini, la credibilità di Berlusconi comincia a crollare quando il suo popolo inizia a capire che il premier ha ormai una sola cosa per la testa. E non è la politica. Il caso Minetti, che è la punta di un iceberg, colpisce profondamente gli elettori del centrodestra: ricordo la delusione che mi confessò un anno fa un manager che lo aveva sempre votato, dicendo che il Cavaliere ‘poteva passare alla Storia, e invece ha solo pensato a riempire con le sue…girls… il Parlamento’ e quel sentimento ha segnato l’inizio della fine”.
- Però è da un bel pezzo che si parla di fine politica di Berlusconi. Ora è uscito davvero di scena? E il berlusconismo gli sopravviverà, come appare probabile perché è ormai parte dei comportamenti non solo politici italiani? Se sì, in cosa sarà diverso – migliore o peggiore? – da quello precedente?
“Forse siamo entrati in una fase nuova, dove ci sarà meno bisogno di leaderismo e di cesarismo. Certo, ci sono segnali diversi, anche nello schieramento opposto a Berlusconi: Matteo Renzi, per esempio, secondo molti incarna un nuovo tipo di ‘berlusconismo di centro-sinistra’. Ma penso sia davvero eccessivo dare a Renzi un’etichetta che abbia a che fare anche vagamente con la sinistra… Vittorio Dotti, gia capogruppo di Forza Italia che poi ruppe clamorosamente con Berlusconi a metà degli anni ’90, presentando il mio libro ha detto che ‘il berlusconismo è uno scambio tra vantaggi e sottomissione politica: questo è il fenomeno pericoloso, che non può sopravvivere a Berlusconi quando non sarà più in grado di elargire vantaggi’. Io non penso si possa ridurre al ‘berlusconismo’ l’atavica tendenza italiana a non rispettare le regole: certo, il timore è che questo tipo di comportamento prosegua, ma ci sono anche segnali incoraggianti in senso opposto, come l’appello del cittadino comune a ‘ricomprarci il debito’ pubblicato sul Corriere della Sera. Comunque, sarà interessante vedere come si ricicleranno quelli che un politico intelligente del centro-destra, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, chiama ‘i cortigiani, le cortigiane e i pretoriani dell’Imperatore’: erano convinti, al di là dei favori e dei vantaggi immediati, di poter decidere il futuro Imperatore. Ma la Storia è andata diversamente: il giorno in cui i mercati crollavano e per tranquillizzarli Napolitano ha nominato senatore a vita Mario Monti, come ha detto lo stesso Berlusconi “è finita la Seconda Repubblica”. Non so se sia un caso (io non credo al caso), ma era il 9 novembre, il giorno in cui 22 anni fa cadde il muro di Berlino”.
- Che relazione c’è tra il berlusconismo, la pubblicità e la moda diventata da qualche tempo stranamente importante per gli italiani?
“Il fatto che recentemente Berlusconi abbia voluto, senza riuscirci, la candidatura alla presidenza della Biennale di Venezia di Giulio Malgara, il pubblicitario che inventò l’Auditel, dimostra che rimane forte il connubio tra berlusconismo e pubblicità. Quanto al mondo della moda, direi che ha una visione internazionale che gli impedisce in questa fase di riconoscersi ancora nel berlusconismo: non dimentichiamo che per esempio Santo Versace, deputato eletto nel Pdl, ha lasciato proprio dopo la settimana milanese della moda spiegando che tutti gli operatori esteri che incontrava gli chiedevano ’ma come fai a stare ancora con Berlusconi?’”
- Quali i pregi e i difetti maggiori del berlusconismo?
“Il pregio maggiore del berlusconismo è stata la sua capacità di far credere a un sogno collettivo: tasse ridotte, tutti più ricchi, rivoluzione liberale perché ‘l’Italia è il Paese che amo’. Dopo 17 anni, di cui metà con Lui al governo, diventa “Italia Paese di m…” parlando con un personaggio da corte dei miracoli come Valter Lavitola: qui si vedono i modi sgangherati dello sgretolamento del berlusconismo. Per non parlare dell’attacco ai giudici comunisti di fronte a un Obama allibito e dei comizi davanti al palazzo di giustizia milanese, dell’allarme “zingaropoli” e della scommessa (persa) sull’ossessione delle moschee in procinto di invadere l’Italia… Nella fase finale, quella che io chiamo “Il suicidio”, il berlusconismo mette in luce i suoi difetti peggiori”.
- Non è il caso di ridurre di molto la concentrazione dei mass media di proprietà di Berlusconi e/o dei familiari più o meno prestanomi? Altrimenti, se tutto resta come è, non c”è il rischio che morto un Berlusconi se ne faccia un altro come per i papi?
“Penso che un’impostazione di questo tipo, se si tramutasse in una sorta di legge ‘contra personam’, farebbe solo il gioco di Berlusconi: non dimentichiamo che quando il Cavaliere vinse per la prima volta, nel 1994, era ‘sceso in campo’ oltre che per occupare un vuoto politico creato dalla crisi dei partiti di governo della Prima Repubblica, anche per difendersi dalla ‘gioiosa macchina da guerra’ di Achille Occhetto che gli aveva, in sostanza, promesso la chiusura delle sue televisioni… Un errore che non fece due anni dopo Massimo D’Alema quando andò a tranquillizzare i lavoratori di Mediaset: infatti, nel 1996 il centro-sinistra vinse le elezioni. Il problema è che i governi di Romano Prodi, dello stesso D’Alema e di Giuliano Amato non fecero nei cinque anni successivi – anche a causa delle profonde divisioni all’interno delle coalizioni su cui si reggevano – una legge sul conflitto d’interesse: e di questa normativa si sente tuttora la mancanza”.
- La sinistra indubbiamente s’è lasciata trainare o coinvolgere dal berlusconismo fino a diventarne probabilmente subalterna, se non succube. Come mai? E quali i principali responsabili? Veltroni, appoggiando un referendum perso in partenza come quello contro gli spot pubblicitari durante la trasmissione di film, non ha di fatto legittimato lo strapotere di Berlusconi in fatto di spot pubblicitari e quindi di ricchezza che ne deriva?
“La sinistra italiana sicuramente è stata sedotta dal berlusconismo. E quando si è opposta spesso lo ha fatto per finta o in maniera ‘tafazziana’, come nel caso del referendum ricordato. Ma Walter Veltroni a mio avviso ha anche fatto di peggio, creando le condizioni per la caduta di Prodi nel 2008 e legittimando la grande vittoria di Berlusconi con la sua scelta di ‘autosufficienza’ del Pd, per non parlare dell’appoggio alla successiva legge truffa per le elezioni europee: dopo di che, al suicidio veltroniano tra il 2008 e il 2009 ha fatto seguito il suicidio berlusconiano tra il 2010 e il 2011, e ora per fortuna la Storia va avanti”.
- Il minzolinismo è un frutto del berlusconismo o è un male autonomo del giornalismo italiano?
“Il minzolinismo inizia con la passione del retroscena: non dimentichiamo che Augusto Minzolini è considerato l’erede di Guido Quaranta, il grande esperto del corridoio dei passi perduti di Montecitorio che per anni ne ha raccontato fatti e misfatti sull’Espresso. L’insistenza a guardare solo il retroscena, e non la scena, penso sia un male autonomo del giornalismo italiano e Berlusconi non c’entra: se invece per minzolinismo intendiamo la recente gestione del Tg1, mi sembra basti il calo dell’audience a dimostrare che si tratta di una formula che non ha credibilità a livello di pubblico”.
- Tu ti occupi anche di giornalismo economico. La situazione italiana è grave sì o no? E quanto grave?
“La crisi italiana è soprattutto quella del debito pubblico, e non è vero che è solo eredità dei governi della ‘Prima Repubblica’: dal 2001 al 2011 Berlusconi ha governato 8 anni su 10 e in questo periodo il debito è ancora aumentato. Nel 2008, quando è tornato al governo, lo spread tra Btp e Bund era a 20 punti base: è arrivato a 500, ergo è aumentato di 25 volte, anche a causa delle profonde divisioni tra Berlusconi e Tremonti su come affrontare la crisi negli ultimi mesi, in realtà lo scontro tra i due nasce su questioni di potere ed è l’argomento da cui parte il mio libro. Siccome il debito pubblico equivale, in sostanza, a tasse non pagate, penso che la crisi si possa affrontare di petto solo con un nuovo governo che stronchi davvero l’evasione fiscale: così l’Italia diventerebbe un Paese normale, ci spero anche se non so se sia un sogno realizzabile…”.
- Come e quando ne usciremo, se ne usciremo?
“Penso sia interessante notare come sia stata Milano, la capitale economica e finanziaria, la patria del berlusconismo, a reagire per prima. E penso che sia un segnale che vale per l’Italia. Sarà interessante vedere i risultati del laboratorio Milano: è la città che ha espresso Giuliano Pisapia come sindaco e dalla quale viene anche Mario Monti. Il nostro è un Paese stanco di promesse non mantenute e mi auguro che sarà in grado di dimostrare che non vuole essere trascinato a fondo insieme alla controfigura del Berlusconi che fu”.
[“Il Suicidio” scritto da Edmondo Rho e edito da Melampo (euro 15) è in vendita nelle principali librerie e online, per esempio su ibs.it:
http://www.ibs.it/code/9788889533642/rho-edmondo/suicidio-il-declino-del.html
oppure su bol.it:
http://www.bol.it/libri/suicidio.-declino/Edmondo-Rho/ea978888953364/ ]

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