La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 16 novembre 2011

L'incipit di una storia, di Gianni Zanata

                                                                     Gianni Zanata
 
L’anno in cui decidemmo di cambiare le nostre vite, il destino aveva già deciso di rovesciare le sorti del mondo.
Si trattò di un classico caso di sincronismo a scoppio ritardato.
Può capitare, quando due forze, diseguali e contrarie, perdono l’orientamento e vanno a cozzare l’una contro l’altra.
Questione di equilibri. Ma noi, all’epoca, non lo sapevamo.
Non sapevamo che per trarre vantaggio da una sfida, da qualsiasi sfida, la regola principe è quella di svignarsela allo scrosciare delle prime minacce. Non sapevamo che il fato si sarebbe burlato dei nostri ideali.
Di una sola cosa eravamo consapevoli: volevamo prendere possesso del timone del nostro mondo e dirigere la nostra scialuppa verso sponde più sicure.
Non è che non avessimo nient’altro da fare, sia chiaro. Musica, sesso, arte, cibo, soldi, alcol e poesia restavano sempre al vertice delle nostre aspirazioni. Ma sapevamo che le cose, così com’erano e come le avevamo sempre conosciute, non sarebbero potute durare a lungo.
La crisi economica, il capitalismo, la globalizzazione, la massificazione, la recessione, l’inquinamento, la sicurezza, le banche, i fondi monetari, la deforestazione, le pandemie, il pericolo nucleare: la terra stava male. C’era poco da dire, troppo da fare.
Si respirava ovunque un’aria tetra e tormentosa, di pesante sconforto e di tiepida rassegnazione.
Stabilimmo che bisognava andare alla ricerca del senso della vita. Ma non un senso qualsiasi. Un senso compiuto.
Nei decenni precedenti era venuta alla luce una nutrita generazione di pensatori. Gente in gamba, nulla da eccepire. Intellettuali e filosofi con le idee chiare e le sacche scrotali sufficientemente capienti. L’avrebbero sfangata senza affanni, se non si fossero ritrovati a fare i conti quasi subito con valanghe di risposte in cerca di domande.
Travolti da un vuoto di idee che lo stesso genere umano aveva figliato, anche i cervelli più fini erano stati costretti ad arrendersi. Se mai era esistito uno stadio evolutivo in cui gli esseri viventi avevano fatto incetta di ottimismo, gioia e prosperità a scrocco, or dunque era giunto il momento di saldare il debito e restituire il maltolto.
Per cambiare le nostri sorti, e quelle del mondo, serviva innanzitutto un progetto.
Noi non lo avevamo.
All’epoca ci saremmo accontentati di una pianificazione sommaria, di una trovata o di un espediente transitorio, per così dire. E non è vero che non provammo a elaborare un metodo. Ma i risultati, un po’ per eccesso di foga, un po’ perché dimostrammo di essere innegabilmente inadeguati al compito che c’eravamo assegnati, furono non meno che deludenti.
Ci rendemmo conto da subito che la ricerca di un equipaggiamento razionale avrebbe comportato tempi troppo lunghi. E un numero indicibile di riflessioni. Onestamente, non eravamo all’altezza. Troppe le cose che non sapevamo, troppe quelle che avremmo voluto sapere.
Scoprimmo tutto ciò senza nemmeno meravigliarci.
Una cosa, tuttavia, la sapevamo: il tempo delle riflessioni era scaduto. Non restava che agire.
Così, un giorno di quell’anno, una sera di primavera per la precisione, ignaro che di lì a qualche tempo avrei dato una bella rimescolata alla lista delle mie ambizioni, presi la borsa con l’attrezzatura e andai in piscina per la mia ultima lezione di nuoto.
Non potevo supporre che ogni cosa sarebbe presto cambiata. E che a furia di strappare la realtà avremmo svestito le nostre anime.
Uscii da casa che il sole s’era appena accartocciato al di là dell’orizzonte. Oltre le nuvole si consumavano radici e ciuffi di fasci violacei, celesti e vermigli. La brezza sapeva di sabbia e mare.
Sospirai. In quel preciso istante mi venne da pensare che per cambiare le nostri sorti, e quelle del mondo, non sarebbe stato male possedere anche un’aliquota di saggezza. Fu un pensiero fugace.
La saggezza.
Già. Ma la saggezza non faceva parte del nostro patrimonio spirituale.
Eravamo davvero sprovvisti di tutto.

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