La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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domenica 13 novembre 2011

Se l’autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi


L’invettiva

Se l’autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi

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Qualche anno fa Antonio Scurati, in diretta televisiva, disse a Bruno Vespa che se il protagonista di un suo romanzo fosse stato lì, con la sua pistola, avrebbe scelto di sparare senz’altro al conduttore. In seguito, Scurati è stato indicato per anni scrittore di valore non soltanto per i libri di qualità che andava scrivendo, ma anche per quell’atto. E ci ha messo tempo per liberarsene. Noi scrittori veniamo giudicati, o — peggio — consideriamo noi stessi, più bravi o meno bravi, non tanto sulla base di un libro bello o mal riuscito, ma dalla quantità di esposizione del nostro impegno civile. Ci sembra di essere bravi se scriviamo editoriali sarcastici contro i politici del momento, se firmiamo appelli in favore della Costituzione, se accorriamo al Teatro Valle occupato. Sia chiaro: nulla da dire su chi sente la necessità di andare in strada a protestare. Anche se tra coloro che poi devono ragionare sui giornali, mettere un po’ di distanza tra sé e i fatti, sarebbe più sensato. Ma il problema più serio è che, scendendo in piazza, formulando invettive sarcastiche, firmando innumerevoli appelli civili ed etici, noi scrittori veniamo considerati (e ci consideriamo), per questo, degli scrittori di maggior valore. Anzi, direi di più. Man mano che passano gli anni, alcuni di noi sostituiscono la furia creativa con una furia civile. Quanta meno energia creativa fluisce nel sangue, tanta più passione civile ci possiede. Ecco, non vorrei che accadesse addirittura questo: che quando la capacità di scrivere dei bei libri affievolisce, possiamo credere di sostituirla con editoriali accesi di indignazione. Perché, pur essendo un diritto, non è il compito. L’unico compito che hanno gli scrittori è quello di scrivere, o almeno cercare di scrivere, dei libri che prima loro stessi e poi gli altri giudichino — cercando di dirlo nel modo più elementare e ingenuo possibile — belli. Valga un esempio per tutti, di uno scrittore che ho molto amato quando ero ragazzo: Antonio Tabucchi. Sono molti anni che non scrive libri significativi come i suoi primi, e sono proprio gli anni in cui la militanza civile ha preso il sopravvento. Quelli che oggi lo conoscono e non lo hanno letto venti anni fa, credono che sia soprattutto un punto di riferimento dell’antiberlusconismo. Il problema è proprio questo: la patente di antiberlusconiani si prende troppo facilmente, e infatti ce l’hanno centinaia di scrittori. In questi anni, quando si parla di letteratura e impegno, si può individuare facilmente un altro involontario colpevole: Roberto Saviano. Il quale, però, ha fatto un percorso inverso: il suo impegno civile scaturisce direttamente da ciò che ha scritto; e le due cose stanno insieme in modo naturale. La presenza così viva di Saviano come polo positivo e di Berlusconi come polo negativo, ha messo in circolo una energia decuplicata, quasi una moda dell’impegno, anche in coloro che non hanno nel dna “Gomorra” o “Petrolio”, ma scrivono romanzi d’amore o d’avventure. Il che, lo ripeto, è legittimo. Basta però che non si scrivano dei romanzi d’amore mediocri, e in seguito si cerchi la salvezza in un bell’editoriale pieno di passione civile. Credendo di essere riusciti a pareggiare i conti.
di Francesco Piccolo

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