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venerdì 14 ottobre 2011

Chiesa, democrazia e antidemocrazia

da MicroMega

Chiesa, democrazia e antidemocrazia

Pubblichiamo un capitolo dal libro "La Chiesa è compatibile con la democrazia?" di Michele Martelli, in questi giorni in libreria per Manifestolibri.

di Michele Martelli

La prima Sede [= Santa Sede] non può essere giudicata da nessuno.
Codice di Diritto Canonico, canone 1404

I cattolici nella Chiesa sono nella stessa situazione giuridica dei sudditi di molti dittatori che ci sono stati nel mondo. José Maria Castillo, teologo

1. Non immobilismo, ma «aggiornamento»: fu questa la parola usata da Giovanni XXIII per sintetizzare l’indirizzo programmatico del Concilio Vaticano II, volto ad aprire la Chiesa alle novità, ai mutamenti storici e al progresso, a rivitalizzarla, stimolando la sua «capacità di studiare i segni dei tempi», la sua «agilità di tutto provare e di far proprio ciò che è buono, sempre e dappertutto» (così scriveva Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam Suam, n. 52, del 6 agosto 1964).
La Chiesa conciliare, per aprirsi ai tempi, alla modernità, alla tolleranza, ai diritti umani, al pluralismo, alla scienza, al liberalismo, alla laicità e alla democrazia, avrebbe dovuto non solo «aggiornarsi», ma rinnovarsi, riformarsi profondamente, ridi- mensionando il suo potere temporale, smantellando il suo elefantiaco apparato gerarchico, convertendosi al relativismo scientifico e democratico.

Una mutazione genetica, si capisce. Ma non impossibile. Rivelatasi comunque utopistica. I rinnovatori e riformatori conciliari, preti, vescovi, teologi e cattolici di base, antitemporalisti, antigerarchici e antiassolutisti, sono stati presto emarginati, inquisiti, perseguitati, scomunicati, repressi dalle alte gerarchie. Ha prevalso il clero immobilista, la gerontocrazia vaticana. A concilio finito, si è presto messo in moto il processo di restaurazione. Protagonisti il papa polacco e il suo prefetto Ratzinger, che hanno gradualmente svilito e debilitato ogni speranza riformatrice. Papa Wojtyla, che con i «tre banchieri di Dio», Sindona, Calvi e il cardinale Marcinkus, avalla lo scandalo dello IOR, la Banca vaticana; che santifica José Maria Escrivà de Balaguer, il capo carismatico dell’Opus Dei filofranchista, facendone una prelatura personale; che beatifica il primate della Croazia ustascia, l’arcivescovo Stepinac, che appoggiò il regime filonazista del duce Pavelic; che benedice il macellaio cileno Pinochet, condannando la Teologia della liberazione latino-americana; che promuove e potenzia CL e la Compagnia delle Opere, due rilevanti espressioni dell’integralismo cattolico italiano; – un papa insomma che fa politica, potente tra i potenti, che provvede alle ricchezze e al potere della Chiesa, che emargina e condanna critici e dissidenti, fa ovviamente il contrario di quello che sarebbe servito ad avviare il rinnovamento radicale della Chiesa.

Analogamente Benedetto XVI, che di Wojtyla fu la stampella dottrinaria. Il nuovo papa, privo del carisma del suo predecessore, e incapace dei suoi guizzi, delle sue performance mediatiche, ma anche delle sue contraddittorie aperture (vedi la sua visita a Cuba e a Fidel Castro e la sua condanna della guerra di George W. Bush contro l’Iraq), dà talvolta persino l’impressione di voler riportare la Chiesa all’epoca tridentina. Che cosa ha fatto finora, quale il bilancio attuale del suo pontificato? Ha ulteriormente mummificato l’apparato ecclesiastico, invece di svecchiarlo, affidando incarichi e dicasteri a brontosauri ultrasettantenni. Ha imbalsamato la dottrina, invece di rinnovarla (il Catechismo del 2003 è in gran parte opera sua), non senza aver individuato nel relativismo l’eresia del XXI secolo. Ha represso dissidenze e critiche di provenienza conciliare, cancellando però la scomunica ai lefebvriani scismatici e anticonciliari. Ha tentato e tenta di imporre la bioetica di Dio a credenti, e a nono diversamente credenti. Ha esercitato ed esercita il suo potere temporale, politico-religioso, stipulando di fatto un nuovo patto concordatario col governo di centrodestra, forse nella speranza di poter clericalizzare, vaticanizzare l’Italia, in un disegno passatista di tipo neoguelfo. Lontano mille miglia dalla modernità. E dalla democrazia.

2. Ratzinger, in conformità con la tradizione della Chiesa romana, rifiuta con nettezza il principio maggioritario e il relativismo. Alla democrazia oppone la gerarchia, e al relativismo filosofico e scientifico l’assolutismo dottrinario dei sacri dogmi. Tuttavia, il suo tradizionalismo non è affatto esente da contraddizioni.
Chiediamoci: da chi e come viene eletto il pontefice di Roma? Dal conclave, con votazione segreta e maggioranza dei due terzi. Questa norma fu stabilita nel 1059, dal Concilio in Laterano indetto da papa Niccolò II. Fino ad allora, i papi erano eletti dal popolo e dal clero romano (eccezionalmente, nominati anche dall’Imperatore del Sacro Romano Impero). Dalla maggioranza dei votanti è stato eletto lo stesso Benedetto XIV. Non è una curiosa incoerenza logica rispetto alle premesse? Col motu proprio De aliquibus mutationibus del 26 giugno 2007 Ratzinger ha stabilito, per il futuro, il ricorso al ballottaggio dei due candidati con più suffragi a partire dal tredicesimo giorno del conclave. Non sono forse decisioni di tecnica elettorale che hanno a che fare col principio maggioritario, quasi fossimo nella Francia di Sarkozy?

D’altronde, le votazioni sono precedute da una risaputa, anche se sottaciuta, campagna elettorale dei candidati papabili, con programmi, promesse, minacce e talvolta anche voti di scambio. Si racconta la favola che sia lo Spirito Santo a predeterminare le maggioranze nei conclavi. Chi l’ha visto? Sappiamo per esempio che Ratzinger è stato eletto da una maggioranza in cui non è stato indifferente il peso dei centoundici cardinali elettori accuratamente scelti e nominati prima della sua morte da papa Wojtyla. E tutti di orientamento conservatore. Così come il papa tedesco, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che essi hanno eletto. Chi vorrà dire che è avvenuto per caso, o per un misterioso intervento soprannaturale?

Se l’autorità del papa discende dall’alto, da Dio, come mai ha bisogno dell’elezione dal basso, da parte dei cardinali rinchiusi a chiave nella Cappella Sistina? Del resto non solo l’elezione dei papi, ma anche l’elaborazione e la scelta dei dogmi sono storicamente condizionate e determinate. Presentati come Verità Assolute, i dogmi vengono proclamati da pontefici, o votati o ratificati a colpi di maggioranza in sinodi o concili. Dio non c’entra, e se c’entra, nessuno lo sa. Chi e quando ha deciso per esempio pro o contro il Filioque? Pro o contro l’immacolata concezione di Maria e la sua assunzione in cielo? Pro o contro l’infallibilità papale? Il Filioque fu deciso dalla Chiesa di Roma, nel 1054. Il dogma dell’immacolata concezione di Maria, sin dalla nascita dall’Onnipotente «preservata intatta da ogni macchia di peccato originale», fu proclamato da Pio IX nel 1854, con la bolla Ineffabilis Deus. Quello dell’infallibilità papale, contenuto nella costituzione dogmatica Pastor aeternus, fu approvato dal Concilio Vaticano I, il 18 luglio 1870. Il dogma dell’assunzione fu dichiarato da Pio XII il 1 novembre 1950, con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, secondo cui «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Risorta come Gesù Cristo, che però non è, nella professione di fede dei credenti, soltanto un uomo, bensì il Dio/Logos incarnato (una narrazione incredibile, quella dell’assunzione di Maria, peraltro senza base alcuna nei testi sacri, e rifiutata da protestanti e ortodossi).

Dunque, se Ratzinger, nel respingere il principio maggioritario e relativistico ha ragione, la sua Chiesa ha torto. L’antidemocrazia della gerarchia ecclesiastica è infatti infetta ab origine dal “virus” demo-relativistico. La Chiesa-che-non-sbaglia-mai assume in realtà le sue principali deliberazioni da maggioranze che possono sbagliare. E poi, a rigor di logica, senza voler recare offesa al sentimento religioso dei credenti (absit iniuria verbis!), bisognerebbe chiedersi: prima del 1054 la «processione dello Spirito» non andava dal Padre al Figlio e dal Figlio al Padre? solo in quell’anno invertì miracolosamente la sua eterna marcia anche nella direzione opposta? E prima del 1854 Maria non era immacolata, e prima del 1950 non era ancora stata assunta in cielo? Il suo corpo senza vita per risorgere ha dovuto attendere intatto per ben quasi due mila anni la decisione di Pio XII? Inoltre, prima del 1870 il papa era fallibile in materia di fede e di costume? Ma allora, tutto quanto prima proclamato in encicliche, bolle e documenti vari, comprese condanne e persecuzioni di eretici e dissidenti, non era verità divina? Anzi umana troppo umana, mossa da meri calcoli di potere?

3. Ecco un papa eletto con suffragio universale da preti e suore, e dai credenti tutti, senza distinzione di sesso, lingua, colore, etnia. Un papa primus inter pares, e non con l’autorità assoluta del Christi vicarius. Ed ecco una Chiesa senza gerarchie, con i vescovi eletti dal basso, e il potere decisionale affidato alle assemblee dei fedeli, a sinodi e concili aperti al laicato. Dove tutti partecipano, discutono, progettano, nella massima libertà di orientamento, opinione, giudizio. E decidono alla luce del sole, con l’unico criterio possibile: quello della maggioranza. Dove il celibato, o il ‘nubilato’, è volontario e reversibile e il sacerdozio, maschile o femminile, è un servizio offerto alla comunità.

Una Chiesa senza potere temporale, senza Stato, senza ricchezze faraoniche, senza presunte Verità Assolute. Ed ecco la Città del Vaticano ristrutturarsi come il centro, uno dei centri della Chiesa universale, che non condanna, non esclude, non discrimina, non scomunica. Che accoglie nelle sue braccia i poveri, i miseri, gli ultimi della terra, i diversi, gli omosessuali, i dissidenti, i liberamente pensanti, gli altrimenti credenti. E che accetta con onestà, franchezza e senza ipocrita doppiezza i principi fondamentali del liberalismo e della democrazia. Che prevedono cittadini, e non sudditi. Un sogno ad occhi aperti. Un Vaticano poggiato sulle nuvole. Una Chiesa che non c’è. Se ci fosse, sarebbe la prima democrazia religiosa cosmopolitica. Purtroppo la Chiesa papale, quella che c’è, quella realmente esistente, è incompatibile con la democrazia. Lo provano ampiamente la sua storia e la sua dottrina, il suo passato e il suo presente, i suoi dogmi e la sua prassi. Diamone una sintesi in nove punti, che sono altrettante contrapposizioni frontali con la democrazia.

I. Per la democrazia liberale la sovranità del popolo è un punto focale, la principale conquista storica e teorica del pensiero moderno, frutto di tre grandi rivoluzioni: quella inglese del 1689, quella americana del 1776, quella francese del 1789, nonché delle lotte delle classi operaie e lavoratrici dell’Otto-Novecento; – per la Chiesa cattolica la sovranità appartiene a Dio; da Dio deriva ogni potere e autorità, trasmessi senza mediazioni al papa romano, vicario di Cristo; non la democrazia quindi, ma il dispotismo è il cardine del cattolicesimo papale; il papato è l’ultima teocrazia medioevale della storia dell’Occidente, lontana anni luce dalla modernità.

II. Il regime democratico prevede la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario, ma anche culturale ed economico), il che impedisce che un potere possa soggiogare o sopprimere l’altro; – la Chiesa papale è ferma alla monarchia assoluta: il papa è un monocrate che ha nelle sue mani tutto il potere; più di un miliardo di cattolici, centinaia di migliaia di parrocchie, diocesi, ordini monastici e altre innumerevoli organizzazioni religiose hanno in lui il capo assoluto; finanze, proprietà, scuole, università, stampa ed editoria cattolica, tutto dipende dal papa, dalla sua volontà, direttamente o indirettamente: un impero autocratico mondiale senza pari.

III. Liberalismo e democrazia moderna sono impensabili senza laicità, cioè senza la netta separazione tra Stato e Chiesa, politica e religione; – per la Chiesa papale, tale separazione è «un pestifero errore moderno»; sin dal medioevo i papi rivendicano la plenitudo potestatis tam in temporalibus quam in spiritualibus, il pieno potere tanto nelle cose politiche quanto in quelle spirituali; da ciò il millenario Stato/Chiesa pontificio, e il millenario interventismo politico delle gerarchie ecclesiastiche negli affari interni degli Stati d’Europa e del mondo, ovunque, ONU compresa, oggi riassunto nel nuovo comandamento di Ratzinger: «Non escludere Dio dalla sfera pubblica».

IV. La tolleranza di ogni religione e irreligione, la libertà di pensiero, di opinione, di espressione, di organizzazione, il pluralismo politico e culturale sono aspetti imprescindibili della democrazia liberale occidentale; – la Chiesa, al contrario, dopo aver per secoli praticato l’intolleranza e la repressione di ogni libertà e dissidenza, con processi inquisitori, carceri, torture, condanne a morte e stragi dei diversamente credenti e pensanti, rimane abbarbicata al suo assolutismo dottrinario; e vorrebbe ancora imporre il suo primato politico-religioso sulle moderne società e Stati secolarizzati.

V. Per la giurisdizione ecclesiastica e il diritto canonico, ogni peccato è anche reato, trasgressione delle legge divina e della legge civile; non credere in Dio uno e trino, bestemmiare, non santificare le feste, fornicare ecc. sono peccati-crimini; – al contrario con la separazione dalla Chiesa e l’esercizio della tolleranza religiosa, lo Stato liberal-democratico punisce non i peccati, ma i reati, le trasgressioni della legge umana, civile e penale, cioè gli attentati alla vita, alla libertà, alla dignità, alla sicurezza, all’integrità, alla proprietà, alla salute e all’autonomia individuale; di Dio (quale Dio?), di legge divina, di inferno e paradiso, di peccati, mortali o veniali, non ne sa nulla.

VI. Per la Chiesa, che crede all'assolutezza e unicità della Verità di Dio, la ragione deve essere sottomessa ai dogmi, la filosofia alla teologia, la scienza alla fede; una verità relativa, filosofica, scientifica che contraddica la fede, è errata o inadeguata; da ciò la condanna di Bruno e Galilei, del copernicanesimo, del razionalismo moderno e dell’Illuminismo, del darwinismo e, per ultimo, di molti aspetti della ricerca biomedica e biotecnologica; – per la ragione filosofica e scientifica moderna, non c’è Verità di Dio, e se c’è, è inattingibile; perciò alla fede essa oppone il dubbio, all’infallibilismo il fallibilismo, all’Assoluto il relativo, ai diktat inquisitoriali, repressivi, clericali, la libertà della ricerca, senza chiusure e paraocchi, senza dogmi e senza fine.

VII. La liberal-democrazia è estranea ad ogni etica di Stato, o Stato etico; la sua è un’etica senza Dio; laica e pluralista, non ha comandi morali o religiosi da imporre, ma solo il rispetto dei diritti umani, politici, civili, sociali, dei diversi, delle minoranze; i suoi valori sono quelli della libertà, dignità e autonomia del cittadino; – la Chiesa invece, che non ha mai accettato né la Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU del 1948, né la Carta dei diritti fondamentali dell’UE del 2000, vorrebbe imporre la sua bio-etica di Dio, vietare il divorzio, l’aborto, i contraccettivi, le coppie di fatto, l’omofilia, l’eutanasia, la fecondazione eterologa, deformare insomma le Costituzioni e le legislazioni democratiche col Catechismo e il confessionalismo.

VIII. La Chiesa gerarchica ha una concezione antidemocratica, piramidale, sacrale e assolutistica del potere; arroccata nei sacri palazzi, è divorata dalla brama di accrescere i suoi privilegi, le sue ricchezze, la sua influenza politica e ideologica, mostrando spesso benevolenza verso spietati governi e Stati autoritari; – al contrario, la Chiesa di base, comunitaria, conciliare, antigerarchica, è aliena dalle ricchezze e dal potere, prende parte per i poveri e i diseredati, non discrimina e non emargina, accoglie i diversi, dialoga all apari con credenti e non credenti, non ha dogmi, nemmeno bioetici, da imporre, professa una fede dubbiosa, difende i diritti umani, la libertà della scienza, l’autonomia della ragione; politicamente, si riconosce nei principi della democrazia.

IX. Col concordato clerical-fascista del 1929, rivisto nel 1984, e ora col nuovo patto concordatario materialmente in atto col centro-destra, la Chiesa gerarchica ha tentato e tenta con caparbietà di trasformare l’Italia in un paese clericalizzato, a sovranità limitata; – la difesa della Costituzione antifascista, la riaffermazione della laicità dello Stato, la tutela dei vecchi e nuovi diritti civili, la stessa permanenza dell’Italia nell’Europa unita, tutto ciò oggi implica la mobilitazione attiva della coscienza laica e democratica dei cittadini, senza di cui nulla potrà salvarci dai pericoli neoconcordatari e dal clericalismo triumphans.

Nove punti, nove antitesi inconciliabili tra democrazia e antidemocrazia. Potrebbero sciogliersi come neve al sole se la Chiesa papale, rinnovandosi radicalmente, accettasse senza infingimenti, sul piano teorico e su quello pratico, la sovranità popolare e il principio maggioritario, la separazione e l’equilibrio dei poteri, l’autonomia e la laicità dello Stato, la tolleranza, la libertà e il pluralismo delle idee (religiose e non), l’indipendenza della ragione e della scienza dalla fede, il primato della giurisdizione statale su quella canonica, dei diritti civili sui dogmi bioeticisti. E rinunciasse infine al potere temporale.

Chi scommetterebbe ragionevolmente che la gerontocrazia vaticana ed ecclesiastica sarebbe disposta, oggi o domani, a fare un tale salto da gigante? A spogliarsi d’ogni ricchezza e d’ogni potere? A interpretare la legge evangelica come «legge di libertà»? A pensare la Chiesa non come gerarchia mummificata, giurassica, ma come libera, vivente, moderna comunità ecclesiale di base? In una parola, a democratizzarsi?
Forse meglio chiudere con le parole di Dante nel V Canto dell’Inferno: «Lasciate ogni speranza o voi ch’intrate».

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