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lunedì 24 ottobre 2011

La maternità per Di Caccamo è solo un "Amore imperfetto"

Irene Di Caccamo e la copertina del suo libro Irene Di Caccamo e la copertina del suo libro 

La maternità per Di Caccamo è solo un "Amore imperfetto"

"Non ce la faccio ad avere un bambino adesso". E' racchiuso in questo urlo silenzioso e disperato la storia di Gioia, una donna borghese costretta a confrontarsi con l'esperienza della maternità nel momento in cui il suo uomo, Edoardo, è morto sull'asfalto dopo averla abbandonata. Disarmata dagli eventi della vita e disorientata da una esperienza nuova che impone cambiamenti fisici e psicologici, Gioia riesce a trovare la forza di amare un figlio non cercato attraverso l'amicizia con Viorika. Questa donna straniera ha lasciato il proprio Paese ed è arrivata in Italia in cerca di un futuro migliore per se e per suo figlio. L'amicizia riuscirà a risvegliare i sentimenti sedati della protagonista, ma farà solo da tampone a un sentimento "imperfetto" come lo definisce Irene Di Caccamo. E proprio L'amore imperfetto (Nutrimenti editore, collana Greenwich.2 diretta da Benedetta Centovalli) s'intitola il libro d'esordio della doppiatrice e sceneggiatrice romana. Un romanzo che crea una simbiosi tra il lettore e la protagonista Gioia e che trasmette tra le righe l'angoscia di una donna in crisi e con un figlio in arrivo. Merito di Di Caccamo, donna e madre, e di quel suo stile caratterizzato da una scrittura "scarnificata e quasi appuntita" come l'autrice la definisce.
Di Caccamo, perché per il suo esordio letterario ha scelto un tema molto delicato come la maternità?
"Sono diventata madre prima di iniziare a scrivere il libro. La maternità nella vita di ogni donna rappresenta una svolta importantissima perché c’è un cambio di identità forte, perché è un momento in cui avviene un mutamento interno. Arrivare ad essere una madre e quindi sentirsi, pensare e accudire come una madre è un percorso di crescita molto forte e molto intenso che non può non lasciare una traccia nel percorso di una donna. Lavorando sulla scrittura mi è parso importante e necessario elaborare il sentimento della maternità nel contesto del romanzo e non in un testo per il cinema dove la griglia narrativa è un po’ stretta e gli schemi imposti. Il romanzo invece ha la capacità di raccogliere più ricchezza e più materiale, puoi elaborarlo più profondamente e andare nella direzione che preferisci. In sintesi era l’ideale per descrivere questo sentimento".
Lei elimina quasi subito dal romanzo la figura maschile. Voleva scandagliare l’intimità del suo personaggio?
"Ad una prima lettura può sembrare che abbia voluto intenzionalmente eliminare le figure maschili, ma non è così. Non è un libro volutamente al femminile. E’ invece un testo sulla ricerca di se stessi, di senso e sulla solitudine necessaria che a volte un individuo, uomo o donna che sia, necessita per fare un percorso di crescita. In questo senso sgombrare frettolosamente il maschile dalla storia è in realtà la necessità di Gioia di rimanere sola con un evento così forte. Lei non sa relazionarsi ancora con questa gravidanza. Non può perché le sono successe tante cose e poi proviene da una famiglia borghese. Questo contesto un po’ soffocante la induce e l’ha indotta fino a quel momento a congelare la proprie emozioni. Lei si ritrova incinta quando queste emozioni dovrebbero venire fuori e invece non riesce a sentirle. Quindi sgombra il campo da tutto il resto, dalle relazioni esterne, per cercare di ritrovarsi. Da questo vuoto nascono una serie di altre cose e germogliano sentimenti importanti come la solidarietà e l’amicizia".
Solidarietà e amicizia con una donna straniera. E’ come se la via di fuga dal soffocante ambiente borghese possa arrivare solo da una persona di diversa estrazione sociale e cittadinanza.
"Gioia viene da un contesto borghese che impone delle regole e questo porta a vivere forzatamente all’interno di esse. Questo contesto porta ad allontanarsi da se stessa e dalla naturalezza che poi i gesti della maternità impongono . In realtà non era una mia esigenza quella di parlare di una figura esterna, quanto di raccontare le donne come Viorika. Il sentimento del libro nasce proprio perché queste donne esistono. Ho osservato queste donne che fanno un lavoro faticoso di accudimento, che hanno alle spalle delle storie difficilissime, dei percorsi di sofferenza, che lasciano i propri figli in Paesi lontani con tutto il dolore che comporta questa scelta. Ma poi vengono ad aiutarci a crescere i nostri figli. Questa è una ingiustizia forte, ma è l’unico modo per assicurare ai loro figli un futuro. Mi sembrava giusto porle sotto questa luce e dare loro uno spazio importante in questo libro. Volevo mettere in evidenza come una donna per il bene del proprio figlio è pronta a compiere un gesto così forte come il privarsi del vederlo crescere e dello stare in contatto con lui pur di consentirgli un futuro migliore, una possibilità di crescita che non avrebbe se lavorasse nel proprio Paese. Ma proprio queste donne vengono in Italia per vedere crescere i nostri figli per poi tornare nelle loro case e sentire la mancanza dei propri figli. E’ anche un libro sull’assenza”.
Il suo stile di scrittura con brevi sospensioni, diversi flashback e dialoghi che si sovrappongo è finalizzato a trasmettere nel lettore l’angoscia e i timori di Gioia?
"E’ un po’ questo il mio fine. Per raccontare un sentimento così delicato come la maternità avevo bisogno di una voce e di uno stile freddo, scarnificato e semplice. Non volevo abbellire la scrittura intenzionalmente. Avevo bisogno di sincerità perché raccontare questo sentimento senza sincerità avrebbe reso il libro ridicolo e lontano. Io invece volevo restiuire il cuore e la verità di questo sentimento e quindi ho scelto una scrittura quasi appuntita e questo mi ha aiutato a fate venire fuori gli stati d’animo, i sentimenti, l’amore. E’ stata un’esigenza molto forte questo tipo di scrittura così essenziale e necessaria. All’interno della copertina interna c’è un’immagine di una donna scarnificata che mostra una scultura di Alberto Giacometti. Lui arriva a raffigurare le sue figure fino alla sottigliezza estrema a tal punto che un gesto dello scultore potrebbe mandarle in frantumi. Ho voluto estremizzare i miei personaggi nelle loro difficoltà, portarli in un momento di rottura e farli vedere direttamente in quel momento senza un percorso precedente. Tutto questo per rendere più forte la storia".
Il libro si conclude con una immagine molto cinematografica che anticipa il classico "The End". Lei scrive: "Ci sono una madre e un figlio in un’auto".
"Un The End che non è però un lieto fine perché è vero che madre e figlio restano soli nella macchina, ma questo no vuole dire che ce la faranno. Per questo il titolo, L’amore imperfetto, raccoglie la storia di tutti i personaggi e in particolar modo quelli principali. Sin dall’inizio non volevo dare al libro un lieto fine, perché una donna che approccia così alla maternità con queste difficoltà non può poi risolverla felicemente e immediatamente. Gioia non arriverà mai a essere una madre perfetta e questo si capisce in tutte le pagine del libro perché lei non ha cercato il rapporto con il figlio fino in fondo. Con l’uscita di scena di Viorika, che non riesce più a reggere il peso della scelta autoimposta di restare separata dal proprio figlio, viene offerta a Gioia una via d’uscita imperfetta. Viorika è assente e Gioia è costretta a prendere le redini di questo rapporto. In quel momento non nasce il sentimento della maternità, ma germoglia una possibilità per Francesco di avere una madre. Questo ragazzino è rimasto solo di una madre che è stata sostitutiva. Anche lui vive un amore imperfetto perché ha una madre imperfetta e il padre è morto. E’ una storia amara che non finisce per niente bene". 

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