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mercoledì 9 novembre 2011

Fasanella: "Da Matteotti a Moro ecco come gli inglesi hanno condizionato per anni la politica italiana"

tiscali
Giovanni Fasanella, coautore di "Il golpe inglese" Giovanni Fasanella, coautore di "Il golpe inglese" 

Fasanella: "Da Matteotti a Moro ecco come gli inglesi hanno condizionato per anni la politica italiana"

di Andrea Curreli
C'è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce episodi distanti nel tempo e apparentemente slegati come il delitto Matteotti e la morte di Aldo Moro, o come l'incidente aereo che uccise Enrico Mattei e il reclutamento parallelo del "fascista" Juan Valerio Borghese e del "partigiano" Edgardo Sogno. Un filo che conduce a Londra e alla volontà della Gran Bretagna di "condizionare la politica interna ed estera di un altro paese", l'Italia, "con l'obiettivo di trasformarlo in una sorta di protettorato, una base da cui favorire e proteggere le proprie rotte commerciali, a cominciare dalla più strategica: quella petrolifera". E' questa la teoria del libro Il golpe inglese (Chiarelettere editore, 2011) scritto a due mani da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella.  Nel testo si mescola il meticoloso lavoro della ricerca d'archivio con l'inchiesta giornalistica pura. "La storia dell'influenza britannica in Italia ce la raccontano direttamente gli inglesi - dice Fasanella - attraverso i loro documenti del governo e dell’ufficio del premier, del ministero degli Esteri, del ministero dell’Energia, del ministero della Difesa, delle sedi diplomatiche, in particolare dell’ambasciata a Roma, dell’ambasciata in Urss, a Washinton, nei Pesi Nato e a Parigi". "E poi ci sono i documenti dell’intelligence - aggiunge il giornalista di Panorama -. Abbiamo trovato circa tremila documenti negli archivi inglesi, ma ne abbiamo utilizzato circa trecento. Questi documenti parlano chiaro. Se uno non è sordo e cieco capisce che c’è un filo che lega quasi mezzo secolo di storia italiana e questo filo è l’influenza che gli inglesi hanno esercitato nel nostro Paese in questa lunghissima fase della nostra storia".
Fasanella, l'influenza inglese è stata esercitata attraverso canali diplomatici o di intelligence?
"L'influenza di Londra è avvenuta ora attraverso metodi e canali leciti e visibili, ora attraverso canali occulti. E' stata esercitata a volte in modo soft e a volte con interventi pesanti utilizzando vecchi arnesi del fascismo come Junio Valerio Borghese, reclutato dall’intelligence britannica già negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, oppure attraverso personaggi dell’anticomunismo democratico come Edgardo Sogno, legato agli inglesi dai tempi della Resistenza perché era il capo della rete Franchi. E ancora e persino attraverso ambienti della Resistenza comunista che avevano infiltrato già durante la Resistenza: quelle schegge insurrezionaliste che operavano in Piemonte nelle brigate di Francesco Moranino e Cino Moscatelli. Da lì arrivava anche Feltrinelli".
La matrice fascista del delitto Matteotti non è mai stata messa in dubbio. Allora in che modo intervenne la mano inglese?
"Sul delitto Matteotti aveva già lavorato uno storico eccellente come Mauro Canali, che è un professore che lavora sugli archivi e sui documenti, li legge e scrive la storia sulla base della documentazione disponibile. Canali aveva già inquadrato il delitto Mateotti all’interno di una guerra combattuta in territorio italiano tra Stati Uniti e Gran Bretagna. L’Italia del 1924, con un fascismo che non si era ancora consolidato ma che stava per consolidarsi in un regime vero e proprio, cercava di inserirsi in questo contesto. Noi abbiamo trovato due nuovi elementi di grande interesse. Il primo è il collegamento diretto con ambienti inglesi, sia dell’intelligence che diplomatici, da parte di Amerigo Dumini ovvero il sicario di Matteotti. E poi c'è la volontà di Winston Churchill, all’epoca premier del governo inglese, di insabbiare il tutto. Nel 1941 durante la campagna di Libia gli inglesi conquistarono Derna e nell’abitazione di Dumini, che allora lavorava sia per Mussolini che per gli inglesi, trovarono tutto il suo archivio. Quando i servizi portarono quelle carte a Londra e pensarono di poterle utilizzare contro Mussolini, Churchill si oppose perché capiva benissimo che se fosse stato reso pubblico quel materiale ci sarebbe stato un danno enorme anche per il governo inglese. Per questo diede l’ordine di insabbiare tutto".
Che cosa contenevano le carte segrete di Dumini?
"Tante cose. Innanzitutto erano la prova dei legami tra Dumini e l’intelligence britannica, ma soprattutto dai rapporti che lo stesso Mussolini aveva avuto con il governo di Londra e in modo particolare con gli ambienti conservatori. Mussolini almeno dal 1917 era un agente dei servizi inglesi pagato cento sterline alla settimana. E poi c’era la prova del coinvolgimento inglese nella morte di Matteotti che era stato classificato come il primo grande delitto politico della storia italiana del Novecento e che era stato attribuito interamente alla responsabilità del regime fascista. Adesso invece sappiamo che fu un delitto a mezzadria".
Con la conclusione della Seconda guerra mondiale gli inglesi cercano in tutti i modi di osteggiare una posizione forte dell’Italia. E’ così?
"Sì, alla fine del conflitto sono gli inglesi a imporci lo status di Paese sconfitto e quindi soggetto al controllo politico, militare, diplomatico ed economico di una potenza vincitrice ovvero la Gran Bretagna. Questa è la dottrina enunciata da Winston Churchill negli ultimi mesi della guerra al nunzio apostolico a Londra perché la riferisse al Papa. Dopo la guerra questa dottrina venne codificata in un trattato di pace che gli italiani non digerirono sino in fondo. Basta ricordare uno storico discorso di De Gasperi pronunciato alla Camera. Il politico democristiano è profondamente indignato nei confronti del trattamento riservato dagli inglesi agli italiani".
Perché gli inglesi volevano esercitare a tutti i costi questo controllo o dominio sull’Italia?
"Si capisce chiaramente il perché di questo atteggiamento semplicemente guardando una cartina geografica. Tra l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, e i suoi interessi petroliferi e coloniali in Africa, Medio Oriente ed Estremo Oriente, c’era un Paese che si chiama Italia e si trova al centro del Mediterraneo. Da qui la necessità degli inglesi di controllare il nostro Paese. Il paradosso è che l’Inghilterra, potenza vincitrice del secondo conflitto mondiale, alla fine della guerra possedeva un quarto del mondo ma era una potenza coloniale in declino che aveva bisogno del petrolio per sopravvivere a quel destino di decadenza. Ma dall’altra parte c’era l’Italia, il Paese sconfitto, che però per la sua posizione geostrategica sapeva di avere delle carte da giocare. Anche l’Italia aveva bisogno del petrolio per risollevarsi dalla situazione catastrofica in cui era precipitata durante il conflitto e per ricostruire la propria economia, il proprio sistema industriale e il proprio sviluppo. Il problema era che l’Italia voleva procurarsi da sola il petrolio e quindi cercava di intrattenere rapporti diretti con i Paesi produttori e questo dava profondamente fastidio agli inglesi perché pretendevano di stabilire le quote petrolifere di cui l’Italia aveva bisogno per le proprie necessità".
Da questa distanza sulle politiche petrolifere prende corpo la morte di Enrico Mattei?
"Cambiando le percentuali dello scambio con i Paesi produttori Mattei mandò tutto all’aria, destabilizzando l’equilibrio che le compagnie petrolifere inglesi e le Sette sorelle (le più ricche compagnie petrolifere mondiali ndr) avevano costruito. Non dimentichiamo che le percentuali allora erano di 50 per cento ai Paesi produttori e 50 per cento alle compagnie straniere che estraevano il petrolio. Mattei cambiò queste percentuali offrendo il 75 per cento ai produttori e mantenendo il 25 per cento per l’Eni. Ovviamente i Paesi produttori consideravano più conveniente commerciare con l’Italia piuttosto che con la Gran Bretagna. In questo modo l’Eni penetrò nei Paesi petroliferi del Nord Africa, dell’Africa e del Medio Oriente emarginando la presenza britannica. Mattei era diventato un pericolo mortale per gli interessi inglesi o, secondo una definizione ricorrente nei documenti, una 'escrescenza'. Nei documenti del ministero dell’Energia viene definito una ‘verruca’ da estirpare in ogni modo. Dopo vari tentativi di ridurlo a più miti consigli, il governo britannico prende atto dell’insuccesso e decide di passare la pratica all’intelligence. Il 27 ottobre 1962, ovvero sei mesi dopo questa decisione, Enrico Mattei muore in un incidente aereo provocato da un sabotaggio”.
Altra morte celebre, quella di Aldo Moro, altra influenza diretta di Londra. Come e soprattutto perché gli inglesi intervengono sull’uccisione del leader Dc?
"Moro è il continuatore della politica mediterranea, terzomondista e petrolifera di Enrico Mattei. Proprio per questa ragione era considerato un pericolo. Dopo la morte di Mattei gli inglesi erano convinti che l’Italia rientrasse nei ranghi, ma non fu così. Al contrario, superata la fase di disorientamento, gli italiani ripresero a tessere pazientemente e con efficacia la loro politica e aggiunsero nuove posizioni a quelle che aveva conquistato l’Eni di Mattei. Nel 1967 arrivarono in Iraq e nel 1969 in Libia. Nella prima metà degli anni Settanta in Italia si apre una nuova fase politica con l’ingresso del Pci nel gioco, grazie alle aperture di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer, e la nascita del compromesso storico. Gli inglesi entrano in paranoia perché non solo sono ossessionati dal pericolo comunista ma perché temono un cambiamento degli equilibri stabiliti a Yalta dopo la Seconda guerra mondiale in accordo con Stalin. Vedono nell’accordo tra Dc e Pci il rischio di un allargamento della base parlamentare e dell’opinione pubblica di consenso alla politica mediterranea e terzomondista. Dc e Pci sono distanti e contrapposti riguardo allo schieramento nella Guerra fredda, ma sul terreno della politica mediterranea sono schierati sullo stesso fronte con la benedizione vaticana. Il Vaticano vedeva nella crescita dell’influenza dell’Eni e quindi dell’Italia nel Terzo mondo una possibilità per la chiesa cattolica di diffondersi in quell’area”.
Arriviamo all’omicidio di Aldo Moro avvenuto per mano delle Brigate Rosse nel 1978.
"Questo allargamento del consenso sulla politica terzomondista era una minaccia mortale per l’Inghilterra. Quindi, per mesi e mesi, gli inglesi preparano un colpo di stato militare da attuare in Italia nel 1976. Questo progetto viene preparato da un comitato ristretto del ministero degli Esteri e di quello della Difesa britannici, poi viene sottoposto al giudizio degli Stati Uniti, della Francia e della Germania. Americani e tedeschi sono molto perplessi perché temono contraccolpi nell’opinione pubblica europea e mondiale oltre a temere il bagno di sangue che sarebbe arrivato con la guerra civile. Per questo bocciano l’ipotesi dell’azione militare. Al contrario la Francia si dimostra entusiasta. Gli inglesi davanti alle resistenze americane e tedesche e soprattutto facendo un calcolo realistico dei rischi abbandonano il progetto, ma optano per una subordinata”.
Cioè?
"Cito il titolo del memorandum che recita: 'appoggio a una diversa azione sovversiva'. E sappiamo tutti cosa è successo in Italia tra il 1976 e il 1978. Questa definizione non è sufficiente per stabilire una connessione meccanica di causa ed effetto tra quella decisione inglese e l’ondata di violenza e di terrorismo culminata nell’omicidio Moro del 1978. Ma credo che sia un motivo più che sufficiente perché l’opinione pubblica, gli intellettuali, i giornalisti e gli storici italiani possano chiedere al governo inglese cosa significhi nel dettaglio la definizione ‘diversa azione sovversiva’. Quel documento infatti è stato secretato a francesi, tedeschi e americani, non esiste più nella sua versione integrale negli archivi di Stato britannici di Kew Gardens ma che viene custodito in quelli supersegreti dell’intelligence della Marina. Sarebbe bello che Londra lo mettesse a disposizione dell’opinione pubblica italiana così potremmo scoprire se ci siamo sbagliati oppure no".

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