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lunedì 7 novembre 2011

"Happy Italy": per sorridere bisogna uccidere Giampiero Fiorani

La copertina del libro di Ilaria Rossetti La copertina del libro di Ilaria Rossetti 

"Happy Italy": per sorridere bisogna uccidere Giampiero Fiorani

di Andrea Curreli
Il suo libro s'intitola Happy Italy, ma la felicità e i sorrisi sono l'ultimo dei sentimenti che Ilaria Rossetti suscita descrivendo in modo romanzato un Belpaese tristemente reale. Un testo scritto con la freschezza di chi, a 24 anni e una fuga a Londra, ha ancora voglia di indignarsi davanti a un futuro di eterno precariato, il suo e quello della sua generazione, e immensi privilegi di altri, ovvero i "furbetti" che partoriscono finanze creative e dirigono banche che bruciano soldi dei risparmiatori in barba alle regole e anche al buon senso. Qualcuno pagherà il conto, ma non saranno certo loro. Qualcuno morirà di stenti, ma non saranno certo loro. E allora Ilaria Rossetti immagina di compiere un omicidio condannando a morte quel Giampiero Fiorani che qualche tempo fa ha conquistato le cronache giudiziarie per lo scandalo della Banca Popolare di Lodi. La sentenza di morte nei confronti dell'ex amministratore delegato di Bpi, condannato nel 2009 per falso in bilancio, non viene eseguita neanche nelle pagine del libro pubblicato dalla Giulio Perrone Editore e Fiorani continua a scontare la sua pena. Ma certe brutte logiche permangono in questa "Happy Italy" "dove qualcuno ha spaccato la faccia di un ragazzo con il casco e il Papa ha espresso l'opinione del giorno. Berlusconi lo stesso. Tutti lo stesso".
Rossetti, come nasce l'idea di uccidere, anche se virtualmente, Giampiero Fiorani?
"La mia idea era quella di fare un romanzo che raccontasse una storia con uno sfondo attuale. Avevo bisogno che ci fosse un fatto di attualità. E poi conoscevo bene la vicenda perché sono di Lodi, la città della Banca Popolare, la città di Gianpiero Fiorani. Quando è scoppiata 'Bancopoli', sono rimasta colpita dalla mancanza di reazione della mia città, dei media e delle autorità. Era diffuso l'atteggiamento di chi non vuole parlare dello scandalo perché la persona coinvolta è un suo concittadino. Happy Italy è diventato quindi l'occasione per riportare alla luce questo fatto, che non era stato sufficientemente affrontato all'epoca (metà degli anni Duemila ndr) e oggi è ancora irrisolto perché i processi sono in corso nonostante siano passati sette anni. Ma, guardando oltre 'Bancopoli', nel libro c'è anche la fotografia di un Paese con determinate caratteristiche. Io credo in una scrittura che, oltre a intrattenere, possa in qualche modo far pensare il lettore".
Il romanzo si apre con tre persone che vogliono vendicare, attraverso un omicidio, i morti delle truffe bancarie. Il piano però non si realizza.
"Sì, ma in realtà non c'è nemmeno una conclusione perché la situazione iniziale coincide con quella che si ritrova alla fine del libro. Il non agire non cambia la sostanza delle cose e le persone perse e le rabbie che ci sono all'inizio sono esattamente le stesse che ci sono alla fine, ma forse con una frustrazione in più. Quale? Quella di essere consapevoli del non poter fare nulla quando inevitabilmente il grande schiaccia il piccolo".
Dati i temi trattati il suo romanzo si inserisce perfettamente all'interno di quell'ondata di proteste portate avanti a livello globale dal movimento degli Indignati.
"Davanti alla situazione attuale, la speranza è quella di vedere una reazione. Il problema è che quando avviene la reazione o è troppo morbida e quindi non cambia nulla oppure viene invasa da soggetti che non c'entrano nulla con le motivazioni che hanno dato vita alla manifestazione di protesta. Il libro voleva essere anche un invito alla riflessione e alla indignazione prima mentale, e quindi di coscienza, e poi pratica".
Secondo lei ci troviamo davanti a uno scontro generazionale oppure un novello Fiorani di 24 anni siede al nostro fianco in treno?
"Non credo che sia un problema di generazioni a confronto. In realtà il 'non futuro' per i giovani coincide con il 'non presente' per la maggioranza degli adulti. Le persone che detengono il controllo del Paese in tutti i campi sono in realtà solo una piccola parte di quella generazione che ci ha preceduto. I problemi sono trasversali. Questo è un motivo in più per credere che se deve esserci un tentativo di cambiamento questo avvenga collettivamente. I problemi di fondo sono in realtà gli stessi anche se hanno diverse sfaccettature per un giovane di vent'anni e per un uomo di cinquanta".
Lei vive a Londra, com'è l'Italia vista da lontano?
"Mi sono trasferita ad aprile e rimarrò lì fino alla prossima primavera. L'Italia è ovviamente la stessa o forse è peggiore perché, essendoci più distacco, certe cose si vedono in maniera più lucida. E poi ci sono i commenti  poco lusinghieri degli altri sul nostro Paese. Certo anche lì non tutto è perfetto, ma sicuramente certe cose funzionano meglio".
Il libro si conclude con Virginia che abbandona gli studi per lavorare in un McDonald's nei panni del pagliaccio Ronald. Una definitiva sconfitta?
"Non c'è nessun tipo di vittoria nel romanzo. Il personaggio di Virginia è costretto ad accettare quello che gli viene offerto. Questo è un dramma non soltanto per lei, a livello culturale, ma anche per le persone che godono dei servizi di questa figura metaforica che è il pagliaccio".

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