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giovedì 10 novembre 2011

Reportage o no? Sulla Siria gli occhi di una giornalista clandestina

Reportage o no? Sulla Siria gli occhi
di una giornalista clandestina

di Ella Baffoni da l' Unità


Andare, guardare, capire, riferire. Le regole del giornalismo, in sintesi sono queste. Il fatto è che questo mestiere è molto cambiato – non so se in meglio – in questi anni. Un esempio ne dà il libro di Antonella Appiano “Clandestina a Damasco” (Castelvecchi, collana RX, 124 pgg, 12.50 euro). Esperta di Medio oriente, Appiano ha fatto quel che avrebbe fatto un giornalista dell'altro secolo. Durante la primavera araba è tornata in Siria nel marzo scorso, iscrivendosi all'università per celare la vera ragione del suo viaggio, per cercare di cogliere cosa accadeva in uno dei paesi più “chiusi” agli inviati occidentali. E ha reso evidente un curioso paradosso.
E' vero, la Siria è grande. E a Damasco c'è qualche manifestazione dell'opposizione, fortunatamente senza feriti, e molte filogovernative. Ma a Damasco arrivavano le notizie dalle altre città, a volte quasi di prima mano, a Damasco la giornalista assiste ai discorsi del presidente Bashar e ne discute con intellettuali, ascolta testimoni, si fa un'idea. E poi cerca, invano, di raggiungere Homs. Daraa, Suweia, Latakia, i luoghi delle proteste.
Si fa domande, cerca risposte. Davvero i siriani vogliono riforme, non rivoluzione? Il presidente Bashar non è odiato: giovane, colto, non assetato di potere, è però condizionato dall'esercito e dalle autorità islamiche. Il regime è regime, certo: una dittatura. Ma se nelle campagne le condizioni di vita sono durissime, a Damasco e Aleppo c'è una borghesia teme di aver qualcosa da perdere da una rivolta radicale. E l'opposizione è debole ancora, sfrangiata. L'evoluzione, se ci sarà, sarà lenta. Ma che sia possibile è già un grande cambiamento.
proteste a damasco
Intanto una notizia la trova: la blogger siriana Amina, che compare ormai su tutti i media occidentali, non esiste. Militante lesbica, a Damasco non la conosce nessuno, ma neanche nelle altre città. I cyber attivisti siriani lo avevano detto: scrive troppo bene in inglese, vivrà all'estero. E dubitano anche del racconto del suo mancato arresto (la polizia era andata per arrestarla, il padre l'ha difesa e li ha respinti. Incredibile: quando la polizia siriana deve arrestare qualcuno, lo fa, punto) . Infatti Amina è un'invenzione di Thomas MacMaster, Georgia. Da Damasco la giornalista italiana aveva annusato la bufala.

Appiano torna in Italia, poi, in luglio riparte. Compra un biglietto per Damasco ma scende dall'aereo ad Aleppo, arriva a Latakia, a Homs, torna a Damasco. E' qui, che finalmente, incontra la rivolta. Un fiume di uomini che chiede unità e libertà, “Meglio la morte che l'umiliazione”. E' qui che i militari attaccano con i lacrimogeni, li disperdono. La polizia spara ad altezza d'uomo, in questi mesi i morti sul campo sono stati quattromila..

Ma ecco il paradosso. E' l'unica giornalista italiana in Siria, anche se “clandestina”. Non può scrivere, non può raccontare quel che vede. Non subito, non finché è sotto copertura: sarebbe immediatamente espulsa. I giornali scrivono, raccolgono spesso notizie non verificabili, cercano le fonti di prima mano sui social network. Una volta in Italia, però, quel momento di crisi è alle spalle: la giornalista che era sul campo è già passata all'imperfetto. La velocità dell'informazione, anche grazie a blogger Facebook e Twitter, ha già macinato l'evento. Vale ancora la pena di andare a vedere, di cercare fonti di prima mano, di testimoniare, in queste condizioni? Vale: la “seminformazione” in cui viviamo, la sensazione di sapere già tutto, di avere tutto a disposizione, è una delle trappole più insidiose di questi tempi. Senza ricerca, senza competenza, non c'è approfondimento e comprensione vera. Senza giornalisti che vogliano capire, laicamente, cosa accade e perché, davvero si rischia di avere a disposizione molti fatti e nessuna conoscenza.

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