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giovedì 3 novembre 2011

CARLO FORMENTI – YouTube Tv, il vecchio che avanza

CARLO FORMENTI – YouTube Tv, il vecchio che avanza

cformenti

La vecchia tv aveva una manciata di canali, la tv via cavo ne ha centinaia, noi ne avremo milioni: parola di Mario Queiroz, manager di YouTube, intervistato dal New York Times dopo l’annuncio che il social network sta per attivare una miriade di canali in cui verranno proposti sia contenuti concessi da produttori e distributori di programmi tv “tradizionali”, sia programmi innovativi creati dai talenti scoperti da YouTube, sia selezioni dei migliori contenuti autoprodotti dagli utenti del network.
Il cambio di strategia era nell’aria (annunci e indiscrezioni in questo senso si susseguivano da mesi) ma la novità è comunque del massimo interesse e suggerisce qualche riflessione in merito all’evoluzione sia delle dinamiche mediali che dell’economia di rete.
Iniziamo con il dire che il modello di business non potrebbe essere più “classico”: i contenuti saranno gratuiti e i soldi arriveranno dalla pubblicità; un ritorno alla logica della “vecchia” tv generalista rispetto a quella dei network a pagamento. L’ennesima conferma che Internet non è destinata a soppiantare la televisione, come qualcuno ipotizzava qualche anno fa, ma se mai a rinnovarla e rilanciarla, adeguandola ai gusti e alle modalità di fruizione delle nuove generazioni.
In un certo senso, si potrebbe perfino dire che la tv sta “colonizzando” il Web, nel senso che le immagini – inizialmente marginali rispetto ad altri contenuti veicolati dalla rete – stanno riconquistando il centro della scena.
Buone notizie per l’industria culturale quindi, anche se – come nel caso del rilancio dell’industria musicale favorito dalla coppia Apple/iTunes – è il comparto tecnologico a dettare le sue condizioni ai produttori/distributori di contenuti (ancor più se alle telecom verrà concesso di mettere in discussione il principio di neutralità della rete) e buone notizie per l’industria pubblicitaria.
Ma volendo esaminare la tendenza dal punto di vista dell’evoluzione del modo di produzione, la novità consiste soprattutto nella radicalizzazione dei processi di decentramento produttivo, outsourcing e “proletarizzazione” dei lavoratori della conoscenza. Un processo che le major di Hollywood avevano già avviato decenni fa, quando smantellarono il sistema fordista e “verticale” degli studios – controllo dell’intero ciclo, dalla progettazione di un film alla proiezione nelle sale, produzione seriale di pellicole con migliaia di lavoratori dipendenti – per passare all’attuale sistema fondato su reti di subfornitura ingaggiate a progetto, e con le major a fungere quasi solo da finanziatori.
YouTube insiste sul proprio ruolo di talent scout, dicendosi disponibile a fornire a chi dimostra di avere lana da tessere hardware, software e consulenza “gratuiti”. Le virgolette sono d’obbligo, perché questa generosità somiglia a quella dei capitalisti inglesi del Settecento che fornivano telai e lana ai contadini inglesi immiseriti dalle enclosure, obbligandoli a lavorare a domicilio per compensi irrisori. Ciò che viene presentato come “democratizzazione” dell’accesso all’opportunità a divenire attori, registi, produttori, ecc.; o come creazione di nuovi mercati, non è altro che reclutamento di talenti che lavoreranno con compensi assai più bassi di quelli dei loro colleghi della vecchia tv (i quali faranno la stessa fine dei giornalisti rimpiazzati da collaboratori volontari e gratuiti, vedi il caso “Huffington Post”).
Insomma “il nuovo che avanza” ha sempre la stessa faccia: precarizzazione, tagli all’occupazione e ai livelli di reddito, autosfruttamento di quei freelance che qualcuno chiama eufemisticamente “capitalisti personali”.
Carlo Formenti

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