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lunedì 7 novembre 2011

Il nuovo libro del giornalista scrittore Pino Aprile “GIU’ AL SUD” (edito da Piemme)


Il nuovo libro del giornalista
scrittore Pino Aprile
“GIU’ AL SUD” (edito da Piemme).
Sarà il Sud a salvare il Nord. Tesi interessante, ma lo scrittore – reticente sul brigantaggio fenomeno sociale antichissimo nel Mezzogiorno e non solo del periodo 1863/1871 - non spiega con quali gambe sarà inverata. C’è da star certi, però, che ce lo dirà in un terzo saggio, di cui possiamo ipotizzare il titolo. Riscattata la dignità di meridionali con “Terroni” , attraverso il vessillo della nuova fierezza di sudisti laureati e masterizzati di “Giù al Sud”, i meridionali finiranno col riscattare la patria con “il Sud che salva il Nord”. Quest’impresa, che si preannuncia più eroica di quella dei mille garibaldini, naturalmente sulla carta…

di Romano Pitaro

“Giù al Sud”  non è la seconda parte  di   “Terroni”. Ricordate?  Il  saggio  tormentone di gran successo stampato nel 2010  che ha ripescato dal dimenticatoio  episodi cruenti  ai danni dei meridionali,  perché se ne avesse contezza festeggiando la ricorrenza del 150mo compleanno del Tricolore.  E’, invece,  il nuovo libro del giornalista e scrittore Pino Aprile,  di cui  ormai si conosce ogni dettaglio biografico.  Che è pugliese d’origine, per esempio,  ma vive ai Castelli Romani ed ha  lavorato in magazine del Nord  influenti sull’opinione pubblica. E’ stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. E,  dopo due  anni di viaggi al Sud  per presentare il suo indiscusso exploit  editoriale, in quel    Sud che  ritiene di poter comprendere più  di altri  perché  non vive da quelle  parti,  ha ricevuto alcune  profferte politiche  però lestamente   rintuzzate. 

Non si riscontrano in “Giù al Sud”  gli  eccidi perpetrati dai briganti meridionali, o banditi sociali come li definirebbe lo storico Eric Hobsbawm,   sopraffatti dall’Esercito Italiano, esattamente dal  VI Corpo d’Armata di Napoli al comando di Enrico Cialdini (forte di 120mila uomini) e  fin qui  omessi    da quella mano centralista  però  tutt’altro che misteriosa,    essendo noto anche alle pietre sia il manipolatore che le manipolazioni. Allora nel Sud  si consumò, secondo lo storico Giorgio  Spini,  una guerra sociale alimentata dai preti sanfedisti, dal Vaticano del Sillabo e dalla Spagna borbonica per solidarietà verso il Borbone e contro lo Stato risorgimentale.   Neppure, in “Giù al Sud”,  si propongono   altri  personaggi  di quell’epopea di oltre un secolo e mezzo fa,   descritti  da “Terroni”  con tempistica ed abile    incursione  nel clima di accesa  tensione Nord/Sud,  in cui, mentre  da un lato  Bossi ci massacrava i timpani,  con ignoranti stravaganze pompate dai media,  e dall’altro  l’anima  neoborbonica ritrovava linfa per  velleitariamente riproporre le performance di Franceschiello,   soffiava già forte il vento del disfacimento dell’Occidente   versione global.

Vento   oggi dispiegatosi con irruenza  drammatica, al punto da confermare  mutazioni sociopolitiche radicali    di cui,  non soltanto per colpa dell’Uomo Nero che è al governo, poche corazzate editoriali  e rari  analisti s’erano resi conto.  Cosi,  mentre   Bossi e soci inoculavano    sguaiataggini  e  “Terroni” et similia    sorprendevano  un pubblico obnubilato dalla televisione ed ignaro del prezzo di sangue imposto al   Sud dall’Unità d’Italia, divampava una crisi internazionale  i cui tratti oggi svelano  sia  l’insipienza strumentale della Lega che  l’abbaiare alla luna di quelle forze, genericamente definite  neoborboniche, che anziché fare autocritica per le  responsabilità delle classi dirigenti meridionali, scaricavano sull’Unità d’Italia le  proprie frustrazioni, evocando  grottescamente  il   Borbone in funzione salvifica.

Non il secondo tempo di “Terroni”, ma un sequel  con minuziosa e godibile  rendicontazione  di incontri esaltanti che lo scrittore ha avuto  con tantissimi giovani del Sud non condizionati, confida  Aprile,  come i loro padri, da ideologie e utopie, ma pragmatici e soprattutto   decisi a restare.  Alieni totalmente da revanscismi sudisti  o da ipotesi di sganciamento del Sud sulla base di lagnose  rampogne allo Stato nazionale.  D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Con i chiari di luna che s’addensano perniciosi sul capitalismo in caduta libera dentro una crisi più fosca di quella del ’29, dove mai potrebbero andare?  In più: che senso avrebbe chiedere conto allo Stato italiano per la soppressione violenta  del brigantaggio del Sud, prefigurando un’ineffabile secessionismo meridionale, quando gli Stati nazionali semplicemente si sono liquefatti nella loro identità originaria  e quel che ne è residuato è travolto, in questi ultimi mesi,  dalla valanga finanziaria che scompagina il modello di governance a cui l’Occidente è approdato nel dopoguerra? 

C’è, però, in “Giù al Sud”, assai utile anche perché fresca e riportata con una scrittura lieve e in presa diretta, con interviste sul campo ed opinioni di stringente attualità,  una fotografia dei Sud del Paese che Aprile ci consegna e su cui vale la pena di soffermarsi.

Cos’è oggi il Mezzogiorno? Anzitutto è affossata l’idea balzana che  il Sud sia un’area indistinta ed uniforme,  omologata da  triti   topos e luoghi comuni.  Non è unico il Sud.   E non è  uguale nelle varie regioni che lo compongono e che oggi  vedono le nuove generazioni nutrire sentimenti non più di sudditanza verso il Nord. Questo nuovo sentire in Sicilia  si è tradotto in potere; e qui Aprile segnala positivamente “l’arrivo alla Presidenza della Regione di un autonomista”.  La Lucania è capace di esportare cultura ed analisi economica, benché senza guadagnare peso, anche a causa della scarsità di popolo. La Puglia, concentrata nel ruolo di produttrice di analisti, “oggi offre una lunga serie di numeri uno, dal cinema alla letteratura, alla tv fino a Gianfranco Viesti, migliore studioso dell’economia “duale” italiana. La Campania si esprime al meglio nella tradizione artistica e popolare, dal cinema al teatro e soprattutto alla musica.

In queste regioni, chiosa Aprile,  “il sentimento e l’intelligenza hanno seguito il percorso della tradizione”.  In Calabria invece, terra  attraversata dal fenomeno del brigantaggio sin dal tempo delle rivolte contro Roma da parte degli schiavi e dei pastori bruzi guidati da  Spartaco nel 73 a.C.,  con ritardo ma adesso per opera degli stessi calabresi, è sopraggiunta la fine del tempo della “vergogna”, con la riscoperta degli studi antropologici.  C’è un bisogno di passato, che non s’era mai visto cosi vasto e profondo e  che è diventato fenomeno sociale. “I calabresi mostrano la passione degli inizi, di chi recupera il tempo perso”.  Per spiegare la singolarità di quanto avviene in Calabria, Aprile interpella l’antropologo Lombardi Satriani: “L’Odisseo calabrese e meridionale che si sta muovendo è quello omerico: ha già fatto il viaggio ed ora ritrova la strada  di casa, per essere completo. Nessuno lo è, senza il suo passato. Il domani del Sud è il ritorno a se stesso”.

C’è un’altra tesi  che  attraversa le 470 pagine del libro  su cui vale la pena di riflettere. Su questi Sud, su cui Aprile ha gettato lo scandaglio e che ha girato in lungo e in largo,  per come stanno maturando ed evolvendo,  in un’Italia  malconcia che ha urgenza di cambiare modello economico e strategia sociale,  incombe l’onere di recuperare il Paese. Da qu deve partire l’azione di fermare lo scivolamento dell’Italia “nella graduatoria delle nazioni civili e progredite”.

Nulla di originale, è vero.  C’è tanta di quella documentazione meridionalista che punta sul Sud per il riscatto civile ed etico del Paese. Basterebbe sfogliare alcuni dei documenti sul Mezzogiorno dei vescovi italiani, a partire dalla Lettera collettiva del 1948 per arrivare al documento del 2010 “Per un Paese solidale”.  C’è un bel libro, “ll Sud una speranza dell’Italia”, del vescovo di Noto monsignor Antonio Staglianò, in cui si propone la nascita di un laboratorio nel Sud per salvare l’Italia ed in cui si asserisce che  “il Sud, da parte più irresponsabile del Paese e più sfortunata in base ai punti di vista, può diventare l’ angolatura prospettica di una circolarità aperta, tesa tra terra e cielo”. 

Il vescovo, per concretizzare il suo convincimento,  punta  sull’esaltazione di alcuni valori strapazzati dalla secolarizzazione che nel Mezzogiorno resistono e che, s’ intuisce, varrebbe la pena di  esportare.  Aprile, invece, non spiega come dare forma e corpo alla sua tesi.   Ma c’è da star certi  che ce lo dirà in  un prossimo  saggio  di cui  possiamo già  ipotizzare  il titolo. Riscattata la dignità di meridionali con “Terroni” , attraverso il vessillo della nuova fierezza di sudisti laureati e masterizzati di “Giù al Sud” renitenti alla partenza,  i meridionali  finiranno col riscattare  la patria con “il Sud che salva il Nord”. Quest’impresa, che si preannuncia più eroica di quella dei   mille garibaldini, naturalmente sulla carta…

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