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mercoledì 2 novembre 2011

Regole per la Rete Gli intellettuali: c'è il rischio censura


Conferenza a Londra

Regole per la Rete
Gli intellettuali: c'è il rischio censura

Sessanta paesi discutono di cyberguerra
Appello a Cameron: «Tuteliamo i diritti»

LONDRA - Un codice per il cyberspazio, che tuteli i diritti umani, ma allo stesso tempo protegga dalla criminalità online. Perché per quanto pericolosi siano su Internet terrorismo e furto d'identità, «la rete deve rimanere libera, aperta a tutti e non ghettizzata». Si è avviata ieri al Queen Elizabeth Conference Centre di Londra una conferenza internazionale sul web organizzata dal ministro degli Esteri William Hague, alla quale partecipano 60 Paesi nonché i maggiori innovatori del settore, come Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, Joanna Shields, presidente di Facebook, Brad Johnson, vicepresidente di Cisco. Dando il via ai lavori Hague ha voluto sottolineare che una regolamentazione eccessivamente pesante, nonché la censura, sarebbero fatali per la rete, «che funziona e vive solo per via del talento di persone singole e dell'industria all'interno di un mercato aperto all'idee e alle novità». Una critica, neanche troppo velata, a Cina e Russia e un messaggio chiaro per i loro rappresentanti in sala. «Credo fermamente che tutti i diritti umani - ha sottolineato - debbano essere pienamente rispettati online».

Il premier David Cameron, 45 anni, ieri durante il suo intervento (Reuters)
Il premier David Cameron, 45 anni, ieri durante il suo intervento (Reuters)
Eppure, proprio in occasione della conferenza, undici esperti di Internet hanno scritto a Hague esprimendo preoccupazione di fronte ad alcune misure proposte a livello domestico dal governo britannico, che a tutti gli effetti limitano l'accesso a materiale legale considerato poco desiderabile. I firmatari, tra cui Evgeny Morozov, blogger e giornalista autore di The Net Delusion, John Kampfer, direttore di Index on Censorship, Jonathan Heawood, direttore del ramo inglese del «Pen», organizzazione internazionale di scrittori contro la censura, hanno ricordato ad esempio le dichiarazioni di David Cameron all'indomani dei riots estivi di Londra, in cui il premier britannico auspicava la possibilità di limitare l'uso di Facebook e Twitter per mobilitazioni di massa. «Il record domestico della Gran Bretagna sulla libertà d'espressione e la privacy è meno che ideale. Il desiderio della Gran Bretagna di difendere questi principi a livello internazionale viene ostacolato dalla politica domestica», dice la lettera. «Chiediamo al Regno Unito di cogliere questa opportunità per rinunciare alla censura e ad attività di sorveglianza che impediscono alla gente di comunicare, organizzarsi ed esprimersi liberamente». Hague deve aver preso la lettera sul serio, se con il suo intervento ha ribadito che «diritti umani sono universali, non solo il diritto alla privacy, ma anche alla libertà di espressione». Le differenze culturali, ha sottolineato, non possono essere usate per «annacquare questi diritti». «Siamo contrari - ha detto - all'idea che la soppressione da parte del governo, in tempi di disordine, di Internet, sistemi telefonici e social media sia accettabile». Cameron, che ha fatto una breve comparsa alla conferenza, si è unito a Hague, precisando che l'obiettivo «deve essere quello di trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e difesa dei diritti». Una dichiarazione che non ha convinto i suoi critici: «È facile difendere, in bianco e nero, la libertà contro la dittatura, ma devono esserci regole che valgono per tutti, anche per le nostre democrazie occidentali». Per Hague e Cameron serve un «codice di comportamento» per la rete, un gruppo di norme che pur permettendo il libero scambio di informazioni blocchi le attività di terroristi e criminali online, «gente che minaccia la nostra prosperità e sicurezza», ha detto Cameron. Il costo della cybercriminalità è stimato attorno agli 800 miliardi di euro l'anno a livello mondiale. Per Jimmy Wales, di Wikipedia, il vero pericolo per Internet, però, rimane l'eccessivo controllo governativo, piuttosto che il cyberterrorismo. «Curiamo i computer piuttosto», ha sottolineato, ricordando che il 5% dei pc ha almeno un virus. Paola De Carolis
02 novembre 2011 12:38

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